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Così la “guerra dei prezzi” del petrolio

di Matteo Buttaroni

petrolioNonostante sia l’Arabia Saudita a “dettare le regole” sull’andamento dei prezzi del petrolio per contrastare la concorrenza (su tutte quella degli Stati Uniti, ma anche della Russia e tra poco dell’Iran), Riad dalla “guerra dei prezzi” non sta uscendo del tutto incolume, come all’inizio poteva sembrare.
Un po’ per il calo della domanda mondiale (dapprima quella occidentale con la crisi dell’Eurozona, poi quella statunitense in seguito allo sviluppo della tecnica fracking e per finire quella cinese, causata dal rallentamento della crescita di Pechino), un po’ per l’abbattimento dei prezzi, tornati ai livelli del 2004 (circa 35 dollari al barile), l’Arabia Saudita ha registrato un calo delle entrate derivanti dal petrolio pari al 23%.
Un crollo che ha costretto Riad a correre ai ripari varando una manovra finanziaria per tentare di limare il deficit di bilancio del Paese: il disavanzo ha sfiorato i 100 miliardi di dollari. Nella manovra vengono indicati una serie di tagli alle spese pubbliche ed aumenti di prezzi per i carburanti e per le bollette energetiche. Non solo, per tentare di reperire liquidità Riad ha deciso di quotare in borsa la compagnia petrolifera statale Saudi Aramco.
Insomma, nonostante 35 dollari al barile per l’Arabia Saudita siano ancora una soglia sostenibile, non mancano le criticità.
A mettere i bastoni tra le ruote della monarchia del Golfo sono stati soprattutto gli Stati Uniti. L’abbattimento dei prezzi del greggio imposto da Riad nel momento in cui ha deciso di non tagliare la produzione di petrolio dell’area Opec avrebbe dovuto, infatti, scoraggiare la produzione di shail oil americano, per il quale si prevedeva un break even di 60 dollari al barile (ovvero il limite minimo entro il quale l’estrazione non sarebbe stata più sostenibile). Certo l’attività di trivellazione statunitense è diminuita, ma le compagnie più grandi sembrano resistere.
Altro pericolo per l’Arabia Saudita (e in generale per i produttori di petrolio) ora potrebbe essere l’Iran. In seguito alla revoca delle sanzioni, stabilito con l’accordo raggiunto da Teheran e il gruppo dei 5+1, l’Iran quest’anno potrà tornare ad esportare greggio, contribuendo ad una produzione già di per sé eccessiva. L’unica chance per debellare il rischio di un nuovo abbattimento dei prezzi sarebbe un accordo tra Iran e Paesi del Golfo, già in parte scongiurato dal mancato taglio della produzione dell’Opec stabilito da Riad a dicembre e da un inasprimento dei rapporti tra i due Paesi in seguito all’esecuzione dell’imam sciita Nimr Baqr al- Nimr.

 

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