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Tessuto imprenditoriale ancora in difficoltà

Imu-alle-imprese-in-arrivo-aumenti-del-300_h_partbLa recente indagine del Centro Studi Confindustria restituisce un’immagine già nitida riguardo il mondo imprenditoriale. Fare impresa in Italia è più ostico che altrove (e non a caso è anche diminuita la vocazione in questo senso) a causa un po’ dei ritardi che da sempre caratterizzano il sistema paese e un po’ della crisi economica i cui effetti, nonostante la risalita, si fanno ancora sentire.
Non stupisce, insomma, se tra i primi problemi indicati dagli intervistati dal Centro Studi Confindustria compaiono le tasse (54,3%), il peso della burocrazia (45,7%), l’accesso al credito (37,7%). Il tasso di natalità delle imprese, che è sceso dal 12,5% del 2006 all’8,1% del 2014, riassume al meglio lo scenario.
Le imprese, nel loro insieme, restano tuttavia – inutile sottolinearlo – il motore dell’economia italiana, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni che rappresentano la quasi totalità del tessuto imprenditoriale. Più imprese significa più lavoro e il dato, positivo, di un aumento del numero di occupati nelle micro e piccole imprese (Osservatorio mercato del lavoro Cna) ne è la riprova.
Non che i problemi legati all’occupazione siano esauriti, però. Secondo un’analisi del Centro Studi ImpresaLavoro, infatti, dal 2014 al 2015 gli occupati sono risultati in aumento, passando da 22.278.917 a 22.464.753, con una crescita di 185.836 unità in valore assoluto e dello 0,83% in termini percentuali. Ma tra le 110 province italiane, viene osservato, 67 hanno visto effettivamente salire il numero degli occupati nel 2015, mentre 43 hanno registrato un arretramento rispetto ai livelli occupazionali dell’anno precedente.
Quali conclusioni? Di sicuro, come si diceva all’inizio, sebbene in risalita, gli effetti della crisi si fanno ancora sentire in molti casi e in alcune aree geografiche del paese in maniera più marcata. L’attuale contesto economico, poi, sembra meno favorevole di quanto apparso per buona parte del 2015.
Il commercio mondiale è in rallentamento, anche per via delle economie emergenti in difficoltà (e le tensioni geopolitiche non aiutano: si pensi, tra le altre, alle sanzioni alla Russia che hanno indebolito il Made in Italy). L’inflazione troppo bassa non stimola i consumi e il quantitative easing (così come la altre misure adottate dalla Bce) avranno fin qui contenuto i danni, ma non abbastanza da rilanciare appieno l’economia.
Secondo un rapporto realizzato dal Centro Studi Unimpresa, sono aumentate di quasi 40 miliardi di euro nell’ultimo anno le riserve degli italiani. Motivo per cui la crisi, da un lato, e la paura di nuove tasse, dall’altro, frenano i consumi delle famiglie (con ripercussioni sul ciclo produttivo) e bloccano gli investimenti delle imprese. Da gennaio 2015 a gennaio 2016 l’ammontare dei depositi in Italia è passato da 1.536 miliardi a 1.575 miliardi in aumento di 39,1 miliardi (+2,5%).
In questo modo la ripresa appare ancora fragile. Il governo, nel Documento di economia e finanza (Def), ha tagliato le stime di crescita per il 2016 all’1,2%, dal +1,6% in precedenza previsto. Per l’agenzia di rating Standard & Poor’s l’Italia crescerà quest’anno dell’1,1%, ma le previsioni meno rosee contemplano ad ogni modo l’Eurozona nel complesso (la Bce, infatti, stima una crescita dell’1,4% anziché dell’1,7).

 

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