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Trump: «Stati Uniti fuori dall’accordo sul nucleare iraniano». Ecco perché

Cosa prevedeva l'intesa? E cosa vuole il presidente statunitense? Teheran ha rispettato, fin qui, l'accordo? Proviamo a rispondere
di Mirko Spadoni

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato martedì sera che gli Stati Uniti abbandoneranno il JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015 tra l’Iran, il P5+1 – sigla che include i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti più la Germania) e l’Unione europea. Dunque Trump ha mantenuto fede alle promesse fatte in campagna elettorale e nei mesi scorsi: il presidente, che ha aggiunto che gli Usa torneranno ad applicare le sanzioni a Teheran e verso le imprese e le banche occidentali in affari con il governo iraniano, non ha mai nascosto l’intenzione di stralciare l’accordo, voluto fortemente dal suo precedessore, Barack Obama, definendolo «il peggiore di sempre». L’amministrazione statunitense ha spiegato che, per evitare le sanzioni, l’Iran dovrà rinunciare definitivamente al nucleare, mettere al bando i programmi missilistici e abbandonare la sua attuale politica estera.

COSA PREVEDEVA L’INTESA?
Sostanzialmente l’intesa prevede l’eliminazione progressiva delle sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni per il suo programma nucleare. In cambio, però, Teheran ha accettato di limitarlo, riducendo di due terzi le sue capacità di arricchimento dell’uranio, necessario per la fabbricazione di un’arma atomica, e consentendo alcuni controlli periodici nei suoi impianti da parte degli ispettori dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, per verificare il rispetto dell’accordo. Il JCPOA prevede l’annullamento solo delle sanzioni economiche relative al programma nucleare: le restrizioni al commercio di armi con l’Iran rimarranno in vigore fino al 2020, quelle per i missili e la tecnologia balistica fino al 2023.

COME HA REAGITO TEHERAN
La reazione è stata affidata al presidente della Repubblica iraniana, Hassan Rohani, che ha abbandonato i toni minacciosi dei giorni scorsi («Se gli Usa lasciano l’accordo sul nucleare, se ne pentiranno come mai nella storia»). Ha assicurato che Teheran cercherà di rispettare l’accordo sul nucleare senza la partecipazione degli Stati Uniti, salvo anticipare che, se necessario, potrebbe rilanciare il programma per l’energia atomica, riprendendo «l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane».

COSA FARANNO GLI ALLEATI DEGLI STATI UNITI
«Fino a quando l’Iran continuerà a rispettare i suoi obblighi sul nucleare (…) l’UE rimarrà impegnata a proseguire la messa in atto continua ed effettiva dell’accordo», hanno assicurato i 28 Paesi dell’unione in un comunicato congiunto, diffuso dopo l’annuncio di Trump, che qualche mese aveva chiesto agli alleati di seguirlo.

COSA CHIEDEVA TRUMP
Il 12 gennaio Trump aveva chiesto a Francia, Germania e Regno Unito di lavorare ad una modifica dell’accordo, ponendo tre condizioni. Rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano, l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano – una richiesta che non tiene conto del fatto che il JCPOA non riguarda il programma missilistico iraniano –, l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo. Nel far notare che «è norma consolidata negli accordi di non proliferazione negoziare dei limiti temporali», l’ISPI sottolinea che «il monitoraggio dell’AIEA dei siti nucleari iraniani stabilito dal Protocollo Aggiuntivo e la rinuncia di Teheran allo sviluppo di armi nucleari come previsto dal Trattato di Non Proliferazione di cui è parte dal 1970 e dallo stesso preambolo del JCPOA, continueranno a tempo indeterminato».

PERCHÉ TRUMP HA ROTTO L’ACCORDO?
Trump non ha mai nascosto la sua “antipatia” per la Repubblica islamica, al pari dei suoi predecessori. Le aperture verso Teheran di Barack Obama hanno rappresentato un unicum tra i presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca dal 1979 in poi. Ovvero dalla rivoluzione islamica nel Paese iraniano che culminò con la cacciata dello Scià, storico alleato degli Stati Uniti. Con l’ayatollah al potere, inoltre, la Repubblica iraniana è diventata presto nemica giurata di due dei più importanti partner americani nella regione (Arabia Saudita e Israele) minacciandone la stabilità (Riad) e addirittura l’esistenza (Tel Aviv). Uscendo dal JCPOA, Trump intende anche “punire” la politica estera iraniana giudicata “aggressiva” e contraria agli interessi statunitensi (e dell’asse saudita-israeliano). Negli ultimi anni Teheran ha accresciuto molto la sua influenza nel Medio Oriente, partecipando attivamente alla crisi siriana – il contributo delle forze armate iraniane si è rivelato decisivo per la sopravvivenza del governo alleato di Bashar al Assad –, ritagliandosi uno spazio nella politica irachena, destabilizzando lo Yemen per mezzo dei ribelli Houthi e continuando a foraggiare il partito-milizia sciita libanese, Hezbollah.

L’IRAN HA RISPETTATO IL JCPOA?
Secondo l’AIEA, sì. Secondo Israele, no. Con Le ispezioni condotte dagli ispettori dell’AIEA, che hanno avuto accesso ad ogni sito ogni qualvolta lo hanno richiesto, hanno confermato che Teheran sta mantenendo fede agli impegni presi. Durante un’audizione in Senato il segretario alla Difesa statunitense, James Mattis, ha ribadito che per l’Iran sarebbe praticamente impossibile nascondere all’AIEA eventuali violazioni. Il 30 aprile 2018 il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha accusato l’Iran di aver mentito sul programma nucleare. Durante una conferenza stampa, il premier ha riferito che il Mossad, il servizio segreto d’intelligence israeliana, è in possesso di migliaia di documenti segreti che lo dimostrerebbero. «L’Iran mira a dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima», ha accusato Netanyahu. Il primo ministro ha aggiunto che i file – «grafici, progetti, foto, video e altro ancora» – sono stati condivisi con gli Stati Uniti. Le rilevazioni (o presunte tali) fornite da Netanyahu non hanno convinto molti esperti. Analisti, giornalisti e ricercatori esperti sulla materia hanno osservato che il premier ha riferito informazioni già note e di dominio pubblico. Max Fisher e Amanda Taub hanno scritto sul New York Times che non ha dato «né informazioni sostanzialmente nuove né prove che l’accordo sul nucleare sia fallito o stato violato».

 

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