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Il lavoro alternativo, chi sono i gig workers

Tra alternatività e impiego principale, breve panoramica della platea dei "nuovi" lavoratori
di Redazione

Il mercato del lavoro, non solo quello italiano, è cambiato. Negli Stati Uniti, era stato stimato di recente, molta dell’occupazione aggiuntiva registrata negli ultimi anni è dipesa dal “boom” di persone al lavoro nella gig economy, una definizione che a tutt’oggi resta piuttosto vaga. Per dirla altrimenti alcuni studi mettono in risalto l’importanza del lavoro alternativo quale contributo alla crescita dei livelli occupazionali. Un modello, quello dell’economia dei lavoretti o on demand, che prevede appunto che liberi professionisti o autonomi possano accumulare reddito negli archi di tempo in cui manca il lavoro, o arrotondare se il lavoro non è sufficiente a soddisfare i propri bisogni. Sempre secondo recenti stime, ammontano a quattro milioni – unità più, unità meno – le persone che ricorrono a questa modalità di impiego (con l’ausilio, quindi, di app e servizi online), un numero che potrebbe lievitare fino a oltre sette milioni nel 2020. E in Italia come stanno le cose, visto che se ne sta parlando molto?

È difficile quantificare la platea di persone che svolgono mansioni in tale contesto. Secondo un’indagine della Fondazione Rodolfo Debenedetti, presentata al Festival dell’Economia di Trento e ripresa dal Sole 24 Ore, il numero di occupati nell’ambito della gig economy dovrebbe oscillare tra i 700 mila e il milione. I rider – coloro che consegnano il cibo su richiesta – rappresentano il 10% del campione. «Nella ricerca della Fondazione un 45% si dichiara tra soddisfatto e molto soddisfatto del suo lavoro che rimane comunque in gran parte occasionale, visto che il 50% dei gig worker lo fa per 1-4 ore a settimana e il 20% tra 5 e 9 ore», riferiva il Sole. Le componenti di genere sono equamente distribuite e nel caso delle donne spesso si è al cospetto di lavoratrici con livelli di studio elevato. In generale solo per 150 mila – lo 0,4% dell’intera popolazione, viene sottolineato – si tratta dell’unico lavoro, a conferma dell’alternatività dell’impiego (la maggior parte di chi occupato in questo segmento presenta un’età sotto i 40 anni). Nel 10% dei casi i lavoratori vengono contrattualizzati come cococo, ma il 50% delle volte sono collaborazioni di tipo occasionale. Più del 50% viene pagato a consegna, mentre meno del 20% è pagato a ora. Chi lo fa saltuariamente arriva a guadagnare 343 euro al mese, per quanti si tratta del lavoro principale il guadagno medio può attestarsi a 839 euro mese.

 

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