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La crescita mondiale e i rischi al ribasso (tra cui il commercio internazionale)

Cosa accadrebbe in caso di escalation nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina? E in caso di "Stati Uniti contro tutti"? Quale impatto sull'Italia? Domande a cui hanno provato a rispondere i ricercatori del Gruppo Sace
di Redazione

Nelle sue stime per il 2018-2019 (si prevede una fase di rallentamento per l’Italia, ma in generale anche per la crescita mondiale), l’Istat avverte che gli scenari potrebbero mutare perché caratterizzati da diverse variabili e rischi al ribasso. Tra quest’ultimi, «una più moderata evoluzione del commercio internazionale». Il commercio internazionale, ormai da qualche tempo, è un osservato speciale a causa delle recenti spinte protezioniste che hanno (poco, al momento) o potrebbero (le prospettive non sono positive in questo senso) condizionare l’economia mondiale.

Abbiamo più volte affrontato l’argomento, giungendo in diverse occasioni alla conclusione che il problema – al momento – non riguarda tanto l’impatto diretto dell’applicazione di tariffe o dazi quanto, piuttosto, il clima di sfiducia che i “venti di guerra commerciale” potrebbero provocare. Sebbene siano alla ricerca di un accordo di compromesso – Trump e Xi Jinping sarebbero al lavoro in vista dell’incontro in Argentina per il G20 –, gli occhi del mondo sono concentrati soprattutto su Stati Uniti e Cina.

Alessandro Terzulli e Pierluigi Ciabattoni del Gruppo Sace, in una pubblicazione dal titolo La nuova età del protezionismo, analizzano più dinamiche, citando alcuni studi sul tema. Le scaramucce tra Washington e Pechino, osservano i due, pur non rappresentando una novità, potrebbero avere la capacità di «produrre effetti su scala globale, anche nel breve periodo». «Infatti – scrivono –, pur se non vi sono evidenti segnali di un rallentamento dell’economia, il contesto di incertezza si sta già riflettendo sulle decisioni di investimento. Questo sta riguardando in particolare le economie avanzate quali Stati Uniti, Germania e Giappone dove il tasso di crescita degli ordini di beni di investimento è calato, complessivamente, da circa il 10% nella metà del 2017 a circa il 5% nella metà del 2018».

Entra allora nel merito un’indagine di Barclays Research secondo cui «l’introduzione da parte dell’amministrazione Trump di un dazio del 20% su tutte le importazioni dalla Cina e una reazione di Pechino della stessa misura, avrebbe ridotto gli scambi di merci del 2017 tra i due Paesi di 156,5 miliardi di dollari (ovvero del 25%)». Ma c’è anche lo scenario più nefasto, che prova a immaginare un “isolazionismo commerciale” degli Stati Uniti in cui l’imposizione di un dazio del 20% su tutte le importazioni verrebbe applicato alla totalità dei partner, i quali farebbero lo stesso a loro volta. Ecco, in questo caso, «il volume del commercio globale di beni potrebbe ridursi di circa duemila miliardi di dollari e tornare a rappresentare una quota del Pil mondiale simile a quella del 1990», tuttavia «gli aggiustamenti dei volumi commerciali avrebbero luogo, verosimilmente, in maniera graduale».

Terzulli e Ciabattoni citano inoltre l’analisi di Oxford Economics, secondo cui nell’ipotesi di una guerra commerciale «stima perdite cumulate di Pil pari all’1,3% per la Cina, all’1% per gli Stati Uniti e allo 0,7% a livello globale entro il 2020». «Se le tensioni dovessero estendersi in modo significativo anche all’Unione europea – viene ancora osservato –, il Pil dei Paesi membri potrebbe ridursi, complessivamente, di circa l’1% entro il 2021. Gli Stati Uniti sono il principale partner dell’Ue in termini di beni scambiati e l’avanzo commerciale dei Paesi dell’Unione con gli States è stato pari a circa 120 miliardi di euro nel 2017. Tale surplus è aumentato del 46% negli ultimi 10 anni, con oltre la metà della sua crescita derivante dall’export tedesco», circostanza che spiega le posizioni particolarmente dure di Trump nei confronti della Germania.

Per quanto riguarda l’Italia – la cui crescita molto è dipesa dalle esportazioni, a partire dal 2010 –, secondo le stime SACE SIMEST, «sulla scia dei dazi e della diminuzione della domanda globale, i volumi del commercio internazionale rallenterebbero al 4,2% nel 2018 (a dispetto di un +5,2% nello scenario base) e crollerebbero nel 2019 al 2,4% (dal 4,4%), con inevitabili ripercussioni sul valore delle nostre esportazioni di beni. Queste ultime frenerebbero di quasi due punti percentuali nel 2018 e di oltre 3,5 punti nel 2019».

 

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