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La «fame di tempo»: come cambiano le nostre abitudini di consumo

Diverse indagini mettono in risalto il successo del food delivery (ma non solo) tramite app e piattaforme online, che forse si spiega con la frenesia delle nostre giornate
di Redazione

Sharing economy, gig economy, app economy. Non sono solo dei modi per indicare modelli economici e di business, di fatto stanno trasformando le nostre vite. Si discute spesso dei lavoratori – purtroppo a fronte di storie legate alle paghe basse, le poche (e talvolta scarse) tutele, le mansioni a chiamata che non creano reale occupazione –, eppure anche dal lato dei fruitori i cambiamenti non sembrano essere pochi. A partire dalle abitudini di consumo.

Ci sono da considerare alcune variabili e di certo l’ambito del food delivery è un caso di scuola. Stando al Delivery Report 2018 di Glovo – app spagnola (che però consente di acquistare, ritirare ed inviare qualsiasi prodotto all’interno della stessa città) presente con 5.000 partner in dodici città italiane – gli ordini registrati lo scorso anno mettono in risalto come il food delivery sia diventato un’alternativa alla cucina casalinga, per la cena (+409% di consegne rispetto al 2017), ma anche per il pranzo fuori ufficio (+395% sul 2017). E – udite, udite – pare che si faccia richiesta di consegne persino per la colazione (+349% rispetto al 2017). È tutta una questione di “tempo”. Abbiamo «fame di tempo», suggerisce Glovo.

Sempre tramite l’app di delivery, si apprende ancora dal Report 2018 di Glovo, «gli italiani fanno scorta di acqua (rappresentano il 15% degli ordini complessivi della categoria), cialde di caffè (5%) e banane (3%) ordinando direttamente sul supermercato di Glovo. Una tendenza che vede le richieste concentrarsi soprattutto durante la settimana con il 66% degli ordini che avvengono tra lunedì e venerdì, rispetto ai restanti 34% che si concentrano nel week-end». A questo possiamo aggiungere anche le richieste di farmaci.

Non c’è solo Glovo, ovviamente. Coldiretti, in una recente analisi in collaborazione con il Censis, stima 18,9 milioni gli italiani che nell’ultimo anno con regolarità (3,8 milioni) e occasionalmente (15,1 milioni) hanno consumato a casa cibo ordinato tramite piattaforme onlne da ristoranti e pizzerie. Insomma, più di un italiano su tre ha ordinato da mangiare con il proprio smartphone e «sempre più ristoranti di qualità» sono entrati «nel giro delle piattaforme come Just Eat, Foodora, Deliveroo, Bacchette Forchette o Uber Eats, solo per citare le più note, accanto alle quali si sono sviluppate numerose realtà locali».

Interessante, anche in questo caso, è comprende come e perché cambiano le nostre abitudini. «In cima alla lista delle motivazioni di ricorso al cibo a domicilio – rileva lo studio Coldiretti/Censis – c’è il fatto di essere stanchi e non avere voglia di cucinare (57,3%), ma c’è anche un 34,1% che indica di farvi ricorso in caso di cene con amici e parenti per stupire i commensali con piatti di qualità. La possibilità di farsi arrivare le pietanze pronte a casa facilita in questo modo l’organizzazione di momenti di convivialità anche quando non si avrebbe il tempo per mettersi ai fornelli». Un questione di tempo, di nuovo. Una condizione che (forse) spiega molto delle trasformazioni sociali in atto.

 

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