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Più vecchi e pochi figli, così l’Italia in declino demografico

Il Rapporto annuale dell’Istat: il nostro è tra i paesi più longevi al mondo, secondo solo al Giappone

di Redazione

Si dirà che il tema è noto, che niente di nuovo viene detto. Ma i dati demografici dell’Italia dell’Istat restano, in ogni caso, preoccupanti. Le culle, tendenzialmente, rimangono vuote e il nostro è il paese tra i più longevi al mondo, secondo soltanto al Giappone. L’Italia è un buon posto per invecchiare, oltre 15 mila superano i 100 anni, 2,2 milioni – a inizio 2019 – hanno più di 85 anni. L’invecchiamento della popolazione allunga anche i tempi, ad esempio di emancipazione economica dei più giovani, di ingresso nel mercato del lavoro, ma anche di accesso – più facile con l’avanzare dell’età – al divertimento, alla cultura, al tempo libero.

«La popolazione italiana – spiega dunque l’Istat – ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamicità endogena, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce: al Censimento del 2001 l’ammontare dei residenti in Italia (57 milioni) era di poco superiore a quello del 1981 (56,6 milioni). È stato solo grazie all’apporto positivo delle immigrazioni se, a partire dalla fine del secolo scorso, si è accentuata questa tendenza».

Nello specifico, rileva l’Istat, al 1° gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 391 mila residenti, oltre 400 mila in meno rispetto al 1° gennaio 2015 (-6,6 per mille). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157 mila unità (-11,2 per mille rispetto al 1° gennaio 2015), mentre i cittadini stranieri residenti sono 5 milioni 234 mila (+43,8 per mille rispetto al 1° gennaio 2015). Il decremento avviatosi nel corso del 2015 non ha ancora eroso i guadagni di popolazione realizzati nel periodo precedente: il totale dei residenti, infatti, è cresciuto di 1 milione e 738 mila unità nel periodo 2008-2019. Questo aumento è interamente attribuibile alla popolazione straniera, cresciuta di 2 milioni e 211 mila unità, mentre la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di oltre 472 mila unità. La stima dell’incidenza della popolazione straniera sul totale ha raggiunto l’8,7 per cento nel 2019 (era il 5,2 per cento nel 2008).

La diminuzione delle nascite è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359 mila nel 2017 (oltre 121 mila in meno rispetto al 2008). Questa riduzione è in parte dovuta agli effetti “strutturali” indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. Le donne italiane in questa classe di età, infatti, sono sempre meno numerose: da un lato, le cosiddette baby-boomers (ovvero le numerosissime nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro, le generazioni più giovani sono meno numerose, scontando l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.

I giovani escono dalla famiglia di origine sempre più tardi sperimentando, rispetto alle precedenti generazioni, percorsi di vita più frammentati che spostano in avanti le tappe principali. Al 1° gennaio 2018 i giovani dai 20 ai 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, il 16 per cento del totale della popolazione residente; rispetto a 10 anni prima sono diminuiti di oltre 1 milione 230 mila unità (erano il 19 per cento della popolazione al 1° gennaio 2008). Più della metà dei giovani dai 20 ai 34 anni, celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Nel 2016 sono circa 5 milioni 500 mila, il 56,7 per cento del totale dei giovani in quella fascia di età.

Nel 2018 si stima che gli uomini possano contare su una vita media di 80,8 anni, le donne di 85,2 anni. Nel 2017 la quota degli anni vissuti in buona salute è pari al 74,1 per cento per gli uomini e al 68,1 per cento per le donne. In altri termini un uomo può godere di buona salute in media 59,7 anni, mentre una donna 57,8 anni.

«Lo spostamento in avanti delle fasi della vita – osserva l’Istituto nazionale di statistica – riguarda anche la transizione allo stato anziano. Essere giovani, adulti o anziani non risponde più soltanto a fattori di ordine biologico e anagrafico; vi è, anzi, una progressiva crescita della distanza tra l’età anagrafica, la sua rappresentazione sociale e la percezione che ne hanno gli individui. I tempi e i modi con cui si passa dall’età giovanile a quella adulta e da questa all’età anziana dipendono, da un lato, dalle condizioni economiche e dagli stili di vita e, più in generale, dal capitale umano degli individui; dall’altro, dal contesto istituzionale e sociale in cui i membri di ogni generazione reinterpretano i propri percorsi di vita».

(fonte: Istat)

 

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