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Lavoro: quando le differenze creano malcontento

In Italia i livelli occupazionali risultano in miglioramento, ormai da qualche anno. Ma è la qualità del lavoro a marcare disuguaglianze nei redditi e nelle opportunità

di Redazione

Se da una parte in Italia il grado di soddisfazione per la propria posizione lavorativa sembra non registrare particolari stravolgimenti, dall’altra, però, è proprio il lavoro a far crescere in alcune fasce di popolazione un sentimento di rancore. Nello specifico, spiega il consueto Rapporto sociale del Paese del Censis, «il 23,7% degli italiani riconduce la causa del rancore diffuso di questi anni alla crescente disuguaglianza nei redditi e nelle opportunità di lavoro. Il 25% individua in una giustizia troppo favorevole nei confronti dei ricchi, dei privilegiati e dei più spregiudicati un altro elemento che giustifica il risentimento».

Tra il 2013 e il 2018, spiega ancora il Censis, si è ampliata la forbice tra la crescita del Pil e la crescita dei salari reali. Nel 2017 la distanza era di 2,2 punti, nel 2018 a un incremento del Pil del 2% ha corrisposto un aumento dei salari pari allo 0,7%. Il 12,2% degli occupati in Italia è a rischio povertà, non sorprende quindi che 3 italiani su 4 siano favorevoli all’introduzione del salario minimo per legge. La percentuale è più alta tra gli occupati (75,3%) e tra chi dispone di un reddito basso (l’80,7% con un reddito fino a 15.000 euro annui) o medio-basso (il 78,7% con un reddito compreso tra 15.000 e 30.000 euro annui).

Secondo l’ultimo Rapporto Bes 2019 (benessere equo e sostenibile) dell’Istat, risultano in peggioramento nel 2018 gli indicatori che, guarda caso, misurano la qualità del lavoro: si riduce la percentuale di occupati che hanno visto trasformato il loro contratto di lavoro da temporaneo a permanente e rimane sostanzialmente invariata la quota di dipendenti a tempo determinato e collaboratori con contratti a termine da almeno cinque anni. Anche per i lavoratori con bassa paga la situazione resta invariata, mentre si rafforza la quota di occupati sovraistruiti. Peggiora anche il part-time involontario. Infine, aumenta leggermente lo svantaggio occupazionale delle donne da 25 a 49 anni con figli in età prescolare rispetto alle donne senza figli.

Nel 2018, informa sempre l’Istat, il tasso di occupazione della popolazione italiana compresa tra i 20 e i 64 anni è aumentato seppure con una intensità più contenuta rispetto a quella dell’anno precedente (+ 0,7 punti percentuali rispetto al 2017). La decelerazione ha interessato soprattutto le donne (da +0,9 punti percentuali nel 2017 a + 0,6 punti nel 2018). Nel 2018 la percentuale delle donne che lavora supera il 53% con un incremento occupazionale femminile negli ultimi cinque anni di circa 2,8 punti percentuali. Il 72,2% dei residenti nel Nord Italia in età compresa tra 20 e 64 anni lavora, percentuale che scende al 67,8% al Centro e registra valori di poco superiori al 48% nel Mezzogiorno. Particolarmente penalizzata è la componente femminile residente nelle regioni del Mezzogiorno dove solo circa 35 donne su 100 lavorano (64% al Nord e poco meno del 60% al Centro).

Nel 2018 continua a diminuire il tasso di mancata partecipazione (-0,8 punti percentuali), attestandosi ad un valore di poco inferiore al 20%. I valori del tasso restano comunque lontani dai livelli pre-crisi, che oscillavano intorno al 15%. La riduzione del tasso di mancata partecipazione al lavoro interessa tutte le aree della Penisola. Questo valore rimane comunque alto nelle regioni del Mezzogiorno (34,7%) soprattutto per le donne (42,3%).

 

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