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Economia non osservata: incidenza molto alta al Sud

Rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto, segue il 14,1% al Centro. Nel Mezzogiorno sopra la media nazionale anche la quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare

di Redazione

A livello nazionale l’input di lavoro complessivo, misurato in termini di numero di occupati, è aumentato nel 2018 dello 0,9%. La crescita – afferma l’Istat nel report sui conti economici territoriali – è stata omogenea in tutte le ripartizioni. Nel Nord-est gli occupati risultano in crescita dell’1,1% rispetto al 2017, essenzialmente grazie al +2,3% registrato nell’Industria, cui si contrappone una sensibile diminuzione, pari al 4,2%, degli occupati in agricoltura. Nel Nord-ovest la crescita dell’input di lavoro è pari alla media nazionale, nonostante la decisa contrazione del numero di occupati nel settore delle costruzioni (-3,7%), bilanciata da aumenti dell’1,2% sia nell’Industria che nei Servizi. Anche al Centro l’occupazione nel 2018 è cresciuta dello 0,9%, sintesi di aumenti generalizzati in tutti i settori produttivi. Nel Mezzogiorno, invece, il complesso degli occupati è aumentato dello 0,7%, poco meno della media nazionale, con i settori Agricoltura e Costruzioni a registrare la dinamica più positiva (+2,4%) mentre l’Industria si riduce marginalmente (-0,1%).

Nel 2017, ultimo anno per cui sono disponibili le informazioni, come riferisce l’Istat, l’economia non osservata (somma della componente sommersa e di quella illegale) rappresenta in Italia il 13,5% del valore aggiunto totale (l’incidenza sul Pil è pari al 12,1%): le componenti più rilevanti in termini di peso sono la rivalutazione della sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (6,2%) e l’impiego di lavoro irregolare (5,1%). L’economia illegale e le altre componenti minori (mance, fitti in nero e integrazione domanda-offerta) incidono per il restante 2,2%.

L’incidenza dell’economia non osservata è molto alta nel Mezzogiorno, dove rappresenta il 19,4% del complesso del valore aggiunto, seguita dal Centro (14,1%). Sensibilmente più contenute, e inferiori alla media nazionale, sono le quote raggiunte nel Nord-ovest e nel Nord-est, pari rispettivamente a 10,6% e 11,4%. L’incidenza relativa delle tre componenti dell’economia non osservata viene confermata anche a livello ripartizionale. A pesare di più è la rivalutazione da sotto-dichiarazione che raggiunge un picco nel Mezzogiorno (pari all’8,6% del valore aggiunto) mentre nel Nord-ovest si registra il livello più contenuto (4,9%).

La quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare è significativo nel Mezzogiorno, dove si attesta al 7,7%. In linea con la media nazionale (pari al 5,1%) risulta il Centro, mentre le altre due ripartizioni si collocano al di sotto di tale livello (3,9% il Nord-ovest e 4,1% il Nord-est). La Calabria è la regione in cui il peso dell’economia sommersa e illegale è massimo, con il 21,8% del valore aggiunto complessivo; l’incidenza più bassa si registra invece nella Provincia Autonoma di Bolzano-Bozen (8,9%). Puglia e Molise presentano la quota più alta di rivalutazione del valore aggiunto sotto-dichiarato (rispettivamente 9,7% e 8,8%) mentre le quote più basse si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano-Bozen (3%) e nella Provincia Autonoma di Trento (3,7%).

Il peso del sommerso dovuto all’impiego di input di lavoro irregolare è particolarmente elevato in Calabria (9,4% del valore aggiunto) e Campania (8,5%), le quote più contenute sono quelle osservate in Lombardia (3,7%) e Veneto (3,9%).

(fonte: Istat)

 

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