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Lavorare nei casi di emergenza: lo smart working

Tra le misure messe in atto per contrastare la diffusione del coronavirus, un decreto mira a favorire il lavoro agile per i dipendenti nelle aree più colpite

di Redazione

I numeri del coronavirus in Italia e la rapidità del contagio hanno fatto preoccupare le istituzioni e le imprese attive nell’area più produttiva del paese. Uno dei decreti attuativi messi in campo per l’emergenza, nell’ambito lavorativo, favorisce l’implementazione dello smart working nelle aree indicate come maggiormente a rischio. Il decreto, già pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, prevede quindi che i lavoratori possano usufruire della modalità di lavoro agile anche in quelle aziende che non hanno ancora stipulato accordi con i dipendenti: di norma, infatti, le aziende devono sottoscrivere accordi individuali e informare sia l’Inail che il Ministero del Lavoro.

Quindi le procedure per attuare programmi di smart working richiedono tempo, ma nell’attuale situazione di emergenza l’obiettivo è quello di facilitare il lavoro agile. Lo smart working è utilizzato con il doppio scopo di contenere la diffusione del contagio della malattia e di evitare il calo della produttività e lo stop delle attività nelle aree più colpite dal virus.

Lo stato di emergenza diventa in questo modo anche una prova per lo smart working in Italia, per testarne l’effettiva efficacia e realizzabilità. Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, pubblicato ad ottobre, nel paese il 58% delle grandi imprese ha avviato già progetti di Smart Working, percentuale in crescita rispetto al 56% del 2018, mentre un 7% di aziende ha già attivato iniziative informali e un ulteriore 5% che prevedeva di farlo nei prossimi dodici mesi.

In totale quindi sono circa 570 mila i dipendenti che possono scegliere di lavorare in modalità smart, in aumento del 20% rispetto ai dati rilevati nel 2018. Per quelle grandi aziende che già adottano o prevedevano di adottare misure di smart working, attuare il decreto significa soltanto estendere a tutti i dipendenti le procedure già in atto per alcuni. Tra queste, aziende quali Eni, Wind, Enel, hanno già deciso per la giornata di oggi e domani modalità di facilitazione per tutti i dipendenti delle sedi nelle regioni interessate dal virus, mentre lo hanno predisposto per i dipendenti con residenza nei comuni isolati.

Mentre per quelle imprese che ancora non avevano previsto piani di smart working, lo stato di emergenza e quindi l’imposizione del lavoro agile -seppur più complesso da attuare perché senza un’esperienza già testata – farebbe comunque diminuire le perdite economiche e al contempo ridurre le reticenze riguardanti la modalità smart.

Inoltre, secondo l’Osservatorio, i dipendenti che godono di flessibilità oraria sono anche maggiormente soddisfatti del proprio lavoro, il 76% rispetto al 56% di lavoratori tradizionali soddisfatti, e , nonostante la distanza dalla sede, uno su tre afferma di sentirsi coinvolto nella realtà aziendale contro il 21% dei colleghi in sede.

Il test per lo smart working in Italia è, in questo caso specifico, funzionare durante l’emergenza, quindi a pieno regime e non solo per alcune categorie di dipendenti come sperimentazione temporanea, ma anche quello di dimostrare l’efficacia dei programmi di lavoro flessibile.

 

1 Commento per “Lavorare nei casi di emergenza: lo smart working”

  1. […] sulle misure straordinarie per imprese e lavoratori delle aree interessate dal contagio, e predisposto lo smart working per i lavoratori residenti negli undici comuni […]

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