Coronavirus ed economia, cosa succederà? Tra rischi, incognite e opportunità | T-Mag | il magazine di Tecnè

Coronavirus ed economia, cosa succederà? Tra rischi, incognite e opportunità

Nessuno può dire quale sarà il reale impatto nel medio termine. Nel breve periodo, cioè nel primo e secondo trimestre, sicuramente sarà una tempesta violentissima. E non servono modelli econometrici particolarmente evoluti: è sufficiente guardare fuori dalla finestra.

di Carlo Buttaroni

In merito agli impatti economici derivanti dall’emergenza COVID-19, si leggono stime di ogni tipo, alcune decisamente strampalate. Quelle più ottimistiche parlano di un calo del PIL, su base annua, di qualche decimale, quelle pessimistiche azzardano un collasso di oltre il 30%.

Probabilmente, lo stop forzato produce anche questo tipo di effetti collaterali: nell’attesa di lasciarci l’emergenza alle spalle, si alimenta il “sensazionalismo”. Finché lo si fa in privato non c’è problema, ma quando vengono rese pubbliche “stime” che in realtà sono semplici ipotesi di lavoro, bisognerebbe quanto meno usare un po’ di cautela.

La verità è che nessuno può dire quale sarà il reale impatto nel medio termine, diciamo da oggi a dicembre 2020. Nel breve periodo, cioè nel primo e secondo trimestre (fino a giugno per intenderci), sicuramente sarà una tempesta violentissima. E non servono modelli econometrici particolarmente evoluti: è sufficiente guardare fuori dalla finestra. Ma cosa succederà nel terzo e nel quarto trimestre (cioè nel periodo che va da luglio a dicembre) è impossibile dirlo ora. Sono talmente tante le variabili in gioco che ci vorrebbero decine di pagine di premesse per dare un numerino che non avrebbe, comunque, alcun senso.

Oltretutto, non dipende soltanto da quello che succede in Italia ma anche nel resto del mondo e non possiamo far altro che considerazioni e valutazioni su quanto accaduto in Cina o in occasioni di epidemie o pandemie precedenti. La curva epidemica deve raggiungere un apice (in Italia si stima dovranno passare ancora due o tre settimane) e poi la curva comincerà a decrescere. La velocità della discesa dei contagi, però, non si può determinare con certezza. Sempre prendendo come modello di riferimento quanto accaduto in passato, potrebbero volerci quattro mesi o più. Ma non è detto: magari tra un mese può essere tutto risolto.

Facciamo un esempio: se la prossima settimana fosse messo a punto un protocollo farmacologico immediatamente disponibile sul mercato e in grado di inibire gli effetti più gravi del coronavirus, evidentemente cambierebbe tutto e l’emergenza Covid-19 sarebbe declassata a un’influenza molto forte. Anche se questo è uno scenario purtroppo difficilmente realistico, era per dire che le “ipotesi di lavoro” dovrebbero essere riservate agli “addetti ai lavori” e non bisogna cadere nel panico di fronte a ipotesi catastrofiche.

D’altronde, l’immanente è già abbastanza impegnativo ed è inutile caricarlo anche del trascendente, come sanno bene lavoratori e imprese. Questo, però, non significa che bisogna stare fermi e aspettare quel che accadrà. Al contrario, bisogna muoversi in fretta per attenuare gli effetti più negativi. Come quando passa un uragano e si mette in sicurezza tutto il possibile per non essere travolti del tutto. Il rischio (economico) più grande che corre l’Italia in questo momento è la perdita di capacità produttiva.

Cosa significa? Come tutti sappiamo, la crisi economica nei primi due trimestri sarà fortissima: questo ormai è un dato incontrovertibile. Una crisi così violenta determina uno shock finanziario per le imprese che si troveranno nell’impossibilità di far fronte agli impegni fondamentali, come  pagare stipendi e contributi, versare l’iva, pagare tasse e fornitori, affitti ed eventuali prestiti.

Facciamo un esempio: è facile immaginare che un negozio di abbigliamento, con due dipendenti, se resta chiuso, avrà serie difficoltà a far fronte alle sue scadenze. Il proprietario del negozio e i suoi dipendenti non avranno più un reddito e il proprietario comincerà ad accumulare debiti nei confronti di vari soggetti. Il problema, però, non è solo del negozio ma anche del distributore e della fabbrica che produce i capi. Questi a loro volta, non incassando i soldi delle forniture, non potranno far fronte a quelli che sono i loro impegni. Si attiva, quindi, un effetto “domino”.

Dietro a un singolo negozio, non c’è solo il proprietario e i suoi dipendenti, ma una rete fittissima di decine e decine di lavoratori e realtà economiche intrecciate tra loro. Nelle economie moderne, nessun settore può essere considerato indipendente dagli altri e basta moltiplicare per migliaia di volte di volte tutti i settori produttivi per renderci conto della dimensione del problema. Ma anche lo Stato (cioè, tutti noi) ne subirà un danno: a un calo delle vendite, infatti, corrisponde un calo delle entrate con cui si finanzia anche la sanità, la cosa più importante di tutte in questo momento.

Ma torniamo alla perdita di capacità produttiva e al nostro piccolo negozio di abbigliamento. Il proprietario, non avendo possibilità di far fronte agli impegni e per non indebitarsi troppo potrebbe decidere di chiudere subito. I due dipendenti sarebbero licenziati e perderebbero il loro stipendio. A questo punto, sempre seguendo l’esempio, potrebbe decidere di chiudere anche la fabbrica che produce i capi, non avendo più un negozio da rifornire. Abbiamo perso, quindi un negozio, un distributore e una fabbrica.

Ipotizziamo che, dopo circa un mese, l’emergenza sanitaria rientri. Finalmente si può tornare a fare la vita di prima. Anzi più di prima, perché una quota di quello che non si è consumato nel periodo di stop forzato, probabilmente si recupererà una volta finita l’emergenza. La nostra piccola filiera produttiva e commerciale, però, ha chiuso i battenti. Il fatto che ci sia un negozio in meno, un distributore in meno e una fabbrica in meno, limita la possibilità di ripresa del Paese. Ecco cosa intendevo quando parlavo di rischio di perdere quote di capacità produttiva. Qualcuno potrà pensare che il negozio possa riaprire subito e la fabbrica ricominciare a produrre. Ma non è cosi semplice, purtroppo.

Per aprire un esercizio commerciale servono mediamente dai 6 ai 12 mesi e per mettere in produzione e a regime una fabbrica occorre almeno il doppio del tempo. Inoltre, nel frattempo, anche il capitale umano legato a quelle attività si è deteriorato o è andato perso. Ecco, questo è quello che dobbiamo assolutamente evitare: compromettere la capacità produttiva perché si allungherebbero i tempi della ripresa economica.

Siamo in presenza di una crisi anomala e senza precedenti. Ciò che sappiamo, però, è che la crisi economica non è determinata da un calo dell’offerta o da una contrazione della domanda. Un fattore esogeno è precipitato sul sistema economico mondiale e sta provocando tutto questo. Sappiamo anche che l’emergenza è limitata nel tempo. L’unico modo per ripartire e recuperare, prima possibile, il terreno perduto è mantenere efficiente la macchina. Tutti gli sforzi, quindi, devono essere concentrati in un arco temporale breve e orientati a conservare la capacità produttiva e il capitale umano, fatto di competenze e talenti.

Un ruolo importante, in questo senso, lo giocano le politiche economiche. L’impostazione delle misure messe in campo dal Governo vanno nella direzione giusta. Lo slittamento dei pagamenti dei contributi, delle tasse, dell’iva, la cassa integrazione anche per le piccolissime imprese, sono misure importantissime e di grande impatto economico. Forse si poteva fare di più in termini di denaro fresco ma si può rimediare quando si faranno bene i conti del fabbisogno reale delle misure attivate. Sicuramente si poteva dare maggiore raggio alla leva delle garanzie, in modo da stimolare liquidità e investimenti, ma quelli messi in campo sono comunque strumenti potenti, mai utilizzati, nelle forme attuali, in occasione delle precedenti crisi economiche.

Il problema semmai è un altro: se non si rimuovono i vincoli per l’accesso al credito delle imprese e non si semplificano le procedure, è come non aver messo in campo nulla. La liquidità deve entrare immediatamente in circolo, mentre con le procedure attuali servono mediamente dai 4 ai 6 mesi. Inoltre, ci sono troppo ostacoli che rischiano di tagliare fuori dagli stimoli economici le piccole e le micro-imprese. E questo il Paese non può permetterselo, visto che stiamo parlando di circa 4,1 milioni di attività e 7,6 milioni di lavoratori.

Anche il settore degli investimenti pubblici merita un approfondimento: pensare che siano la soluzione alla crisi che stiamo vivendo è un’illusione. Un investimento pubblico, considerando tutte le procedure (programmazione, progettazione, finanziamento, realizzazione, pagamento dei lavori) richiede anni prima di entrare nel sistema economico. Questo, però, non significa che non vanno fatti. Al contrario, è fondamentale lavorare subito per stimolare il sistema e farlo trovare pronto. Inoltre, gli investimenti pubblici trainano quelli privati e, attraverso un più facile accesso al credito, le imprese possono mettere in campo capitali più velocemente.

Sempre per quanto riguarda il capitolo investimenti, un ragionamento a parte va fatto su quelli già programmati, in molti casi finanziati e immediatamente cantierabili. E’ necessario rimuovere gli ostacoli normativi che li tengono chiusi nei cassetti. Occorre rimuovere, immediatamente, anche il patto di stabilità interno che limita l’azione economica degli enti locali proprio nel campo degli investimenti.

Infine, la questione “tempo”. In economia non è una variabile trascurabile. Si poteva e si doveva fare prima. Rispetto a questa criticità c’è da augurarsi che nessuno avanzi l’alibi dell’Europa che doveva autorizzare lo sforamento dei parametri. Qualcuno crede veramente che avrebbero aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo? L’unico vero alibi è che non ci sono procedure convenzionali per fronteggiare una crisi come quella attuale. E guidare un Paese non è come guidare una city car, bisogna esserne consapevoli. I sistemi complessi, più sono grandi e articolati, più hanno un’inevitabile inerzia. Adesso, però, occorre recuperare il tempo perduto, mettendo in campo tutto quello che serve, partendo dalla liberazione dell’Italia dai lacci della burocrazia, dalle clausole e dai cavilli. Così possiamo uscirne veramente e vincere la sfida che abbiamo davanti.

Ed ecco la buona notizia: se saremo capaci di mantenere efficiente la nostra macchina produttiva, apportando i necessari aggiustamenti per rispondere al mutato scenario, l’Italia giocherà un ruolo da protagonista assoluta. Non è una stima ma una valutazione rispetto alle capacità dell’Italia e anche alla sua ricchezza. Perché se è vero che abbiamo un debito pubblico imponente, che limita la capacità di manovra delle politiche economiche, abbiamo anche l’indebitamento delle famiglie tra i più bassi al mondo.

La crisi del 2008 si innescò a causa dell’eccessivo indebitamento privato, non di quello pubblico. Sotto questo punto di vista, gli altri Paesi rischiano più dell’Italia. Con adeguati stimoli fiscali la domanda interna italiana potrebbe compensare, almeno in parte, il calo di quella estera e potrebbero persino aumentare i salari medi dei lavoratori, tra i più bassi nelle economie avanzate. Il presupposto è che occorre un’idea chiara di quali devono essere gli interventi. Non solo quelli di natura economica: mi riferisco, per esempio, al tema della legalità, ai tempi della giustizia civile, ai costi della burocrazia, in particolare quella fiscale. All’Italia che lavora e produce, la burocrazia costa quasi 60 miliardi in più di quanto costa mediamente alle imprese dell’area UE, in termini di giorni e risorse impegnate a compilare moduli e pagare cartelle. La sfida è iniziata e questa partita, piaccia o no, non possiamo evitare di giocarla.

Ps. I have a dream. Anch’io ho fatto un sogno. Purtroppo, non era il sogno di Martin Luther King. Interrogavo Christina Lagarde, la Presidente della BCE. L’esame era quello di ammissione alla facoltà di economia. L’esito inevitabile: bocciata. Dopo, invece, ho fatto un incubo fanta-politico-economico: le parole della Lagarde erano scientemente studiate. Per fortuna mi sono svegliato. Ma mi è rimasto un dubbio: che fosse un sogno oppure un incubo, che ci fa una come la Lagarde a capo della BCE?

(articolo pubblicato il 18 marzo 2020 su Dire – Agenzia di stampa nazionale)

 

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