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Chi è tornato al lavoro con la «fase due»

L’inizio della fase due vede il rientro al lavoro di 4,4 milioni di italiani: la maggior parte sono uomini, over 50 del nord Italia, mentre tra i lavoratori ancora bloccati dall’ultimo Dpcm soprattutto le categorie già più svantaggiate

di Redazione

Ieri, lunedì 4 maggio, con l’inizio della fase 2 circa 4,4 milioni di lavoratori sono tornati al lavoro – dopo quasi due mesi di lockdown e inattività – grazie alle disposizioni del Dpcm del 26 aprile, mentre sono 2,7 milioni i lavoratori che invece sono ancora sospesi. Secondo un’analisi congiunta di Inps e Inapp su dati Uniemens, la quota di lavoratori considerati essenziali, passa dal 50% dopo il Dpcm del 22 marzo, all’81,7% dopo il 4 maggio, e quindi coloro che sono ancora bloccati a causa della parziale chiusura del paese e che non possono neanche effettuare la propria attività da remoto sono circa il 18,3% del totale.

Dall’analisi emerge che questa percentuale è composta principalmente da lavoratori che sono effettivamente più a rischio contagio, ma che sono anche i più fragili nel mercato del lavoro. Ed infatti in lockdown restano ancora le donne, che sono il 56% del totale dei lavoratori bloccati – mentre lo erano il 40% dopo il Dpcm del 22 marzo -, i giovani il 44% lavora in settori ancora bloccati – a fronte solo del 14% di over 50 -, i part timer il 56% è l’incidenza di coloro che lavorano nei settori bloccati in questa seconda fase e i lavoratori impiegati in piccole imprese, il 46% dei quali ancora non può riprendere la propria attività. I lavoratori ancora bloccati sono quelli più svantaggiati non solo perché comprendono donne e giovani che registrano ancora tassi di occupazione inferiori rispetto alla media, ma anche dal punto di vista economico, poiché il salario medio annuo per i settori ancora sospesi ammonta a € 7.805, mentre per i settori essenziali a € 17.759, circa il 127% in più, e dal punto di vista della stabilità lavorativa:  il numero medio di settimane lavorate nell’anno è pari a 19 per i lavori bloccati, contro le 31 nei settori essenziali.

I dati sono confermati anche dall’indagine della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro che, al contrario, ha analizzato chi sono gli italiani che riprenderanno a lavorare. L’identikit emerge già dal titolo del report Ritorno al lavoro per 4,4 milioni di italiani. Al Nord prima che al Sud, anziani più dei giovani. La ripresa delle attività, infatti, ha interessato principalmente l’industria e quindi il lavoratore tipo che riprende la propria attività è un uomo – la componente maschile è più presente nell’industria -, over 50, con contratto da dipendente e del nord Italia.

Emerge perciò quello che la Fondazione studi chiama proprio il paradosso della fase 2, ovvero il fatto che le riaperture non sono coerenti con la diffusione della pandemia e che a ripartire e quindi ad essere maggiormente esposti alla possibilità di contagio sono le categorie che si dovrebbero tutelare con più attenzione, gli over 50 e le regioni del nord, cioè le più colpite.

 

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