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Lavoro: cosa spiegano i dati di marzo

Per ora fotografano solo alcuni degli effetti della pandemia, anche perché in parte schermati dall’avvio della cassa integrazione e dalle norme che bloccano i licenziamenti

di Fulvio Fammoni*

Il PIL, nel I° trimestre 2020 cala del 4,8%. La percentuale più alta dall’inizio delle rilevazioni Istat. La variazione a questo punto già acquisita per il 2020 è pari al -4,9%. Dato che segue l’andamento già negativo dell’ultimo trimestre 2019.

La diminuzione riguarda tutte le componenti produttive, così come la domanda interna e le esportazioni. Si tratta di un fatto molto grave, ma che purtroppo rappresenta solo il preludio di quanto si può prevedere per il II° trimestre.

I dati di marzo, sull’andamento dell’occupazione, anche se per ora fotografano solo alcuni degli effetti sul lavoro di questo calo sono comunque utili da analizzare per capire le dinamiche in corso nel mercato del lavoro italiano.

L’occupazione cala lievemente rispetto a febbraio (-27 mila unità), mentre la disoccupazione cala di ben -267 mila unità. Il contrappeso è dato da una inattività che aumenta fortemente (+301 mila).

Non si vedono ancora dunque, gli effetti diretti della crisi economica-pandemica sugli occupati, anche perché in parte schermati dall’avvio della cassa integrazione e dalle norme che bloccano i licenziamenti.

Se però, per gli occupati, l’effetto più importante in marzo è legato alla fase blocco/attesa delle aziende nell’attivazione di nuovi rapporti di lavoro, il calo dei disoccupati con un tasso di disoccupazione che scende all’8,4% (-0,9%) e l’ aumento degli inattivi che porta il tasso di inattività al 35,7% (+0,8%), è spiegabile con le difficoltà già in atto fra le persone, a cercare attivamente lavoro (chiusure settori, difficoltà di movimento, distanziamento sociale, ecc.) e quindi, secondo un principio di vasi comunicanti da anni presente nel mercato del lavoro italiano, a rifluire nell’inattività.

Le tendenze –però- erano comunque negative, indipendentemente dall’epidemia: il dato trimestrale infatti (gennaio-marzo 2020 rispetto a ottobre-dicembre 2019) vede un calo di occupazione di -94 mila unità (-0,4%), mentre nell’ultimo anno (marzo 2019-marzo 2020) il calo degli occupati è di ben 121 mila unità (-0,5%).

Anche questi dati da aprile purtroppo cambieranno profondamente. La CIG riguarda ormai circa 8 milioni di lavoratori dipendenti anche se una parte resterà nelle statistiche temporaneamente all’interno del numero degli occupati (chi ha un periodo di cassa inferiore a 3 mesi o una retribuzione superiore al 50% di quella contrattuale); ma nonostante questi meccanismi contabili, il calo degli occupati proseguirà (in modo più o meno accentuato per il tempo indeterminato se il blocco dei licenziamenti sarà o meno confermato) per chiusure di aziende per i tempi determinati che scadono, che non saranno rinnovati o non trasformati in tempo indeterminato, così come per le minori attivazioni di stagionali e interinali oltre che per una quota del vasto mondo del lavoro autonomo.

Con il protrarsi dell’attuale situazione, nei prossimi mesi, assisteremo anche ad un forte aumento della disoccupazione (il DEF stima una disoccupazione all’11,6%, cioè 3,2 punti in più di quella di marzo), sia per persone che perdono il lavoro che, inversamente ai dati di marzo, per una probabile emersione di una quota importante di inattivi a causa dell’aumento della povertà.

Per questo, i contenuti del decreto Aprile, le decisioni europee e l’avvio immediato di processi di sviluppo, sono così importanti. Il lavoro e gli investimenti sono il fattore principale, assieme alla priorità sanitaria, per il futuro del paese, è bene dirlo, nei 70 anni del Piano del lavoro proposto da Giuseppe Di Vittorio.

*presidente Fondazione Di Vittorio

 

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