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Sarà “smart working” per sempre?

La decisione di Twitter di mantenere, su base volontaria, parte dei suoi dipendenti in modalità lavoro agile anche a emergenza conclusa è una delle tante novità che ci riserverà il futuro più immediato. Come cambieranno le nostre attività? E soprattutto: sarà davvero “lavoro agile”?

di Fabio Germani

Twitter ha deciso di mantenere i propri dipendenti – almeno quelli che per le mansioni svolte potrebbero farlo – in smart working per sempre, anche quando riapriranno gli uffici – almeno per il momento così è previsto – a settembre. La cosa potrà avvenire su base volontaria, ovviamente, ma di certo apre uno scenario del tutto inedito per il mondo del lavoro che verrà. La pandemia ha provocato (e provocherà ancora) scossoni incredibili nella vita delle persone, da cui deriveranno mutamenti importanti nelle società. Alcuni lavori potranno davvero essere svolti per sempre in modalità agile?

La decisione di Twitter segue quelle di Facebook e Google che hanno concesso ai loro dipendenti, dove possibile, di lavorare da casa fino al 2021. La società di Jack Dorsey, insomma, si sta spingendo oltre, rivoluzionando da un punto di vista culturale il sua approccio alla vita lavorativa.

Smart working è una forzatura, da un punto di vista concettuale, se è specialmente da casa che si svolgono compiti e mansioni di cui altrimenti ci occuperemmo dall’ufficio, tanto più se a orari fissi e con costi gestiti individualmente. Questo, piuttosto, è il vecchio telelavoro. Ad ogni modo, spiega il ministero del Lavoro, «il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività. La definizione di smart working, contenuta nella Legge n. 81/2017, pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Ai lavoratori agili viene garantita la parità di trattamento – economico e normativo – rispetto ai loro colleghi che eseguono la prestazione con modalità ordinarie. È, quindi, prevista la loro tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall’INAIL nella Circolare n. 48/2017».

Il contesto di tipo emergenziale ha esteso tale possibilità, soprattutto in caso di genitori lavoratori con figlio minore di 14 anni. Questi ultimi hanno cioè diritto a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile anche in assenza di accordi individuali. Lo smart working, in Italia, viene in questo momento incentivato anche per prevenire nuovi contagi di coronavirus nelle aziende e non si esclude che nei prossimi mesi le aziende, anche piccole, possano implementare forme di smart working per alcuni giorni della settimana. Difficile ora prevedere se si arriverà mai ad un “modello Twitter” – a dire il vero sarà anche curioso valutare l’impatto di tale politica (il numero di quanti aderiranno all’iniziativa, ad esempio, ma anche in che modalità lavoreranno gli addetti che accetteranno le nuove condizioni) sui risultati dell’azienda –, ma la sfida che si preannuncia è soprattutto culturale. Molto più che nel nostro paese non sono poche le famiglie che continuano ad essere sprovviste di computer o altri strumenti in casa, oppure con difficoltà ad accedere a internet con banda larga. A queste storture si aggiungano le criticità già elencate in precedenza, vale a dire la trasposizione esatta del lavoro di ufficio in casa. Lo smart working – propriamente detto – necessiterà di ulteriori cambi di paradigma.

Secondo i dati 2019 dell’Osservatorio Smart Working, lo scorso anno si è registrata una crescita del 20% degli smart worker rispetto al 2018. La condizione interessa specialmente le grandi aziende (il 58%), mentre le PMI che hanno avviato progetti di questo tipo sono passate dall’8 al 12%. Numeri che al di là dei ritardi strutturali sembrano destinati a crescere nell’immediato, certamente per cause di forza maggiore. Come cambierà una parte consistente del mondo del lavoro, sarà elemento da studiare e approfondire a emergenza sanitaria terminata.  

@fabiogermani

 

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