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I servizi per l’infanzia sono ancora carenti in Italia

A breve dovrebbero riaprire i centri estivi per i bambini con più di tre anni. Nel frattempo l’Istat sottolinea come la presenza delle strutture per i servizi educativi per l’infanzia sia carente e disomogenea

di Redazione

Da lunedì 15 giugno, salvo diverse indicazioni dopo aver aggiornato i dati dell’andamento settimanale dei contagi, riapriranno i centri estivi per i bambini, ovviamente rispettando regole quali il distanziamento e l’accesso prioritario a chi ne ha maggiore bisogno.

Per il momento sono autorizzati ad aprire solo i centri per bambini con più di tre anni, oltre l’emergenza però per i bambini ancora più piccoli secondo il Rapporto Istat sui servizi educativi per l’infanzia, l’Italia mostra una carenza nella disponibilità di servizi educativi per la prima infanzia, dagli zero ai 3 anni, rispetto al potenziale bacino di utenza e soprattutto una distribuzione disomogenea sul territorio nazionale.

Infatti, nell’anno scolastico 2017/2018, i posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici e privati corrispondono mediamente al 12,3% del bacino potenziale di utenza al Sud e al 13,5% di quello delle Isole, contro una media nazionale del 24,7%. Il dato è molto al di sotto dell’obiettivo del 33% a livello nazionale fissato per il 2010 dal Comitato europeo che vedeva la disponibilità dei posti nei servizi educativi come strumento per favorire la conciliazione vita-lavoro e quindi supportare la partecipazione femminile nel mercato del lavoro.  

In generale le strutture per la prima infanzia risultano concentrate nei territori più sviluppati dal punto di vista economico e nei comuni più grandi, mentre risultano carenti nel Mezzogiorno – dove anche nei capoluoghi si registrano coperture nettamente inferiori che nelle città del nord – e lungo l’arco alpino, anche se vi sono eccezioni virtuose come Aosta in cui la copertura raggiunge il 59% e Bolzano in cui arriva al 67,5% del bacino potenziale.

Sulla possibilità di fruire del servizio però pesa notevolmente anche l’aspetto economico: il 51% della dotazione complessiva di posti rivolti alla prima infanzia è pubblica ed i comuni spendono circa 1 miliardo e 461 milioni di euro l’anno per i nidi e i servizi integrativi per la prima infanzia. Ma la spesa media a carico delle famiglie che si rivolgono agli asili nido, pubblici o privati, è di circa 2.000 euro l’anno. Non a caso il reddito netto delle famiglie che usufruiscono del nido risulta in media più alto di quello delle famiglie con figli minori di 2 anni che non frequentano il nido: un reddito di 40.092 euro l’anno contro 34.572 euro.

Ed infatti la percentuale di utilizzo del nido risulta nettamente sotto la media in presenza di condizioni di disagio economico come per esempio la grave deprivazione materiale, in presenza della quale solo il 13,7% usufruisce degli asili nido, il rischio di povertà, 14,2% e la bassa intensità lavorativa, 15,5% mentre nelle famiglie che non presentano nessuna delle condizioni di disagio la quota di utilizzo del nido è del 26,2%.

Di certo l’introduzione dei “bonus nido” ha contribuito in modo positivo all’aumento della domanda e dei tassi di utilizzo del servizio, ma dall’altro lato la possibilità è condizionata dalla presenza delle strutture, che come sottolinea il report, è carente e disomogenea. Comunque, i dati riportati dall’Istat più recenti indicano un trend di iscrizioni positivo, anche se ancora al di sotto del 30% nel 2019.

 

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