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Le cause del calo della natalità

C’entrano le condizioni economiche dei più giovani, ma anche (e a volte soprattutto) i cambiamenti sociali

di Redazione

Per il settimo anno consecutivo, nel 2019 l’Italia fa registrare un nuovo record, al ribasso, del livello di natalità. A testimoniarlo sono i dati del report Istat su Natalità e fecondità della popolazione residente secondo cui lo sorso anno i nati nel nostro paese sono stati 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto al 2018 e 156.575 rispetto al 2008. A diminuire maggiormente negli anni sono stati i bambini nati da genitori entrambi italiani, che lo scorso anno sono stati 327.724, ovvero oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Una natalità così bassa è un problema per l’Italia, infatti si stima che per assicurare pensioni future una donna dovrebbe avere 2,1 figli, mentre l’attuale indice, in costante diminuzione dal 2010, è di 1,27 figli – che arriva fino ad uno storico livello negativo di 1,18 per le donne cittadine italiane. Tutto ciò in un paese già “vecchio” stando ai primi dati del censimento permanente della popolazione diffusi dall’Istat, secondo cui nel 2019 il rapporto tra anziani e bambini è di 5 a 1, mentre era di 3,8 solo nel 2011.

Le poche nascite, combinate con una grande componente di anziani, comporta inevitabilmente, a lungo andare, un calo della popolazione, secondo i dati del censimento permanente, al 31 dicembre 2019 la popolazione censita in Italia ammonta a 59.641.488 residenti, circa 175 mila persone in meno rispetto al 31 dicembre dell’anno precedente.

Le cause della bassa natalità italiana sono riscontrabili in fattori direttamene collegati e facilmente osservabili come il minor numero di donne – conseguenza del calo della fecondità avvenuto tra il 1979 e il 1995 – e l’innalzamento dell’età media delle madri al primo figlio che si attesta a 31,3 anni, che quindi riduce il periodo di fecondità della vita della donna, convenzionalmente stabilito tra i 15 e i 49 anni.

Le motivazioni sottostanti a questi fattori sono sia di natura economica che sociale e si influenzano e rafforzano a vicenda. Infatti, da un lato il periodo economico comporta una prolungata permanenza nella famiglia di origine, la difficoltà che incontrano all’entrata del mondo del lavoro e al raggiungimento della stabilità economica, condizioni ritenute necessarie prima di avere dei figli per poter garantire loro il benessere necessario. Un altro fattore, da qui l’interdipendenza, è il prolungamento del periodo di formazione di entrambi i genitori, in particolar modo della donna, infatti studi empirici hanno messo in evidenza la stretta correlazione positiva tra più bassi livelli di fertilità e il potere delle donne in una società, inteso come accesso all’istruzione femminile – mentre non ci sarebbe la stessa correlazione con l’istruzione maschile – e partecipazione al mercato del lavoro, e quindi un ruolo attivo che porterebbe ad una più ponderata pianificazione familiare.

Questa correlazione è osservabile nell’analisi dell’Istat, ed in particolar modo osservando i dati della componente straniera: dal 2012 al 2019 diminuiscono, di quasi 15 mila unità. i nati con almeno un genitore straniero e di questi oltre 4.200 in meno solo nell’ultimo anno. Il dato è rilevante perché la componente straniera ha sopperito alla diminuzione di cittadine italiane e quindi ha contribuito di molto a tenere mediamente più alti i tassi di fertilità del paese.

Come sottolinea l’Istat, però, l’apporto positivo dell’immigrazione sta lentamente perdendo efficacia, sia perché invecchia la popolazione residente straniera, sia perché da qualche anno sono sempre più presenti comunità straniere in cui anche le donne lavorano e mostrano livelli di fecondità più bassi, e questo vale per le donne ucraine, moldave, peruviane ed ecuadoriane, che hanno alti tassi di occupazione soprattutto nel settore dei servizi alle famiglie.

 

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