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Con Biden stop ai dazi sul Made in Italy?

L’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, potrebbe far sperare ad uno stop dei dazi. Ma questo non è l’unico contesto politico che mette a rischio il settore agroalimentare

di Redazione

L’insediamento del nuovo presidente americano Joe Biden si celebra a distanza di poco più di un anno dall’imposizione dei dazi al 25%, a ottobre 2019, da parte degli Stati Uniti su prodotti europei a seguito della disputa – in cui è intervenuto anche il World Trade Organization – dei sussidi al settore aeronautico. La tariffa aggiuntiva è stata imposta anche su una serie di prodotti italiani, in quanto parte dell’Unione europea, colpendo le esportazioni di prodotti Made in Italy quali alcuni formaggi, salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello per un valore di circa mezzo miliardo di euro. Il cambio di presidente statunitense aprirebbe alla possibilità di un confronto costruttivo per evitare un’ulteriore guerra dei dazi.

L’importanza di migliori rapporti, in questo senso, è particolarmente importante per l’Italia dato che gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari, per un valore totale di 4,7 miliardi nel 2019, che ha registrato un ulteriore incremento del 5,2% nei primi undici mesi del 2020.

Ma se da una parte si può sperare ad un abbassamento se non ad un annullamento dei dazi, dall’altra i prodotti agroalimentari Made in Italy sono minacciati su altri fronti. La Coldiretti ricorda per esempio il caso dei panini al prosciutto confiscati ai viaggiatori provenienti dalla Gran Bretagna da parte di funzionari doganali olandesi sulla base delle norme post-Brexit, con il rischio di scatenare una guerra commerciale che metterebbe in pericolo 3,4 miliardi di esportazioni agroalimentari italiane nel Regno Unito, dove il settore è l’unico ad essere cresciuto lo scorso anno nonostante il coronavirus.

Mentre per comprendere meglio quanto il settore agroalimentare continua ad essere utilizzato come “merce di scambio” nelle dispute politiche ed economiche, sono emblematici i casi, come ricorda sempre la Coldiretti, della Cina e della Russia.

Il primo fa riferimento all’episodio accaduto a inizio gennaio quando le autorità cinesi hanno bloccato un carico di carne suina italiana, con il “pretesto” del rischio di contagio da coronavirus data la provenienza. Oltre a provocare un grave danno per le esportazioni agroalimentari italiane, la Coldiretti teme che “dietro la decisione cinese ci sia in realtà la volontà di creare ostacoli per sostenere la produzione locale di carne suina”, creando però, con il blocco per accertamenti di contagio, un pericoloso precedente. Il caso russo si riferisce invece alle minacce da parte dell’Unione Europea di inasprire le sanzioni contro la Russia a seguito dell’arresto dell’attivista di opposizione Aleksei Navalny.

Anche in questo caso ne risentirebbe, in modo del tutto indiretto con la questione politica, il settore agroalimentare italiano perché, secondo l’analisi, le esportazioni di prodotti agricoli e alimentari Made in Italy in Russia più di 1,3 miliardi negli ultimi sei anni e mezzo a causa dell’embargo, che colpisce una lunga lista di prodotti europei e italiani, che il paese ha imposto come ritorsione alle sanzioni dell’Unione europea.

 

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