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L’impatto della pandemia sul mercato del lavoro

A subire maggiormente la crisi sono state le categorie più vulnerabili, mentre a trainare il calo dell’occupazione è stato soprattutto il lavoro a termine e quello autonomo

di Redazione

Nella media dei primi tre trimestri del 2020, secondo la rilevazione sulle forze di lavoro di Istat, Inps, Inail, Anpal e ministero del Lavoro, gli occupati diminuiscono di 470 mila unità (-2% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente), tornando poco sopra ai livelli del 2016. Contestualmente si registra un calo di 304 mila disoccupati e un deciso aumento di inattivi tra 15 e 64 anni (+621 mila). A ciò corrispondono diminuzioni del tasso di occupazione e di quello di disoccupazione (rispettivamente -1 e -0,9 punti percentuali in un anno) e un aumento del tasso di inattività (+1,8 punti).

Il 2020, ovviamente, è stato un anno fortemente condizionato dalla pandemia di coronavirus. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, il calo del numero di occupati e disoccupati è dovuto soprattutto alla situazione creatasi nel secondo trimestre (-841 mila occupati e -647 mila disoccupati in un anno), quando le eccezionali misure restrittive di contrasto alla pandemia hanno inciso negativamente sia sull’avvio di nuovi lavori e sulla prosecuzione di quelli in scadenza sia sulla ricerca attiva del lavoro.

L’allentamento delle misure nel terzo trimestre ha portato a una riattivazione di una quota di non occupati, con l’aumento delle persone in cerca di lavoro (+202 mila), pur in presenza di un calo occupazionale ancora intenso (-622 mila). A subire maggiormente la crisi sono state le categorie più vulnerabili nel mercato del lavoro: la caduta del tasso di occupazione è stata quasi il doppio tra le donne rispetto agli uomini (-1,3 contro -0,7 punti percentuali) e più forte per gli under 35 (-1,8 punti contro -0,8 dei 35-49enni e -0,3 punti per gli over 50) e per gli stranieri, per i quali il valore dell’indicatore scende al di sotto di quello degli italiani. A trainare il calo dell’occupazione è stato il lavoro a termine (-394 mila, -12,9% nella media dei primi tre trimestri) e il lavoro autonomo (-162 mila, -3%), mentre quello a tempo indeterminato risulta in lieve aumento (+86 mila, +0,6%). 

Gli andamenti peggiori si riscontrano nel settore degli alberghi e ristorazione e nei servizi domestici (a prevalenza femminile), tra gli addetti al commercio e ai servizi e tra le professioni non qualificate. La tenuta nei settori delle costruzioni, dell’informazione e comunicazione e dell’industria in senso stretto dà conto del minore impatto della crisi sulla componente maschile. Nei primi sei mesi del 2020, le persone che hanno iniziato un lavoro sono 436 mila in meno dell’analogo periodo del 2019 (-30,2%), mentre 490 mila persone in più hanno concluso un lavoro nello stesso periodo (+62,2%).

L’eccezionale crescita dell’inattività, nella media dei primi tre trimestri del 2020, è dovuta al venir meno delle condizioni per essere classificati come disoccupati durante il periodo di crisi sanitaria. Ciò ha portato all’aumento delle forze lavoro potenziali (+220 mila, +7,3%) e soprattutto di quanti non hanno né cercato lavoro né sarebbero stati disponibili a iniziare un’attività (+402 mila, +3,9%). L’emergenza sanitaria ha prodotto anche un mutamento repentino e radicale della modalità di erogazione della prestazione lavorativa, con un aumento del lavoro da remoto. Nel secondo trimestre 2020 il lavoro da casa ha interessato oltre quattro milioni di lavoratori, il 19,4% del totale (era il 4,6% nel secondo trimestre 2019).

 

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