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Informazioni (e fake news) durante la pandemia

Mai così tanti: 50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli adulti, hanno cercato informazioni sul coronavirus. Tante notizie, osserva il Censis, ma spesso false e confuse

di Redazione

Ben 50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia, un dato che non si era mai registrato prima d’ora agli stessi livelli. «La pandemia rappresenta un caso esemplare di come un evento improvviso e sconosciuto, che ha impattato trasversalmente sulla vita di tutta la popolazione scatenando una domanda di informazione inedita a livello globale, possa essere oggetto di tanta cattiva comunicazione che, nella migliore delle ipotesi, ha confuso gli italiani sulle cose da fare, e in molti casi ha creato disinformazione». A dirlo è il Censis, nel report Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione.

Per il 49,7% degli italiani, spiega il Censis, la comunicazione dei media sull’emergenza sanitaria è stata confusa, per il 39,5% ansiogena, per il 34,7% eccessiva. Solo il 13,9% pensa che sia stata equilibrata. A partire dal mese di febbraio del 2020 l’arrivo dell’epidemia, con le sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali ha determinato una crescita della domanda di informazione centrata su dimensioni diverse: dai numeri dei contagi, dei ricoveri e dei decessi; delle misure di prevenzione e di distanziamento da rispettare; alle modalità e all’organizzazione della diagnosi e della cura sul territorio; alle restrizioni imposte nelle diverse fasi che ha attraversato il paese.

Secondo i dati Agcom citati dal Censis, nei primi cinque mesi del 2020 lo spazio dedicato alle notizie da parte di tv, radio, quotidiani e internet è aumentato dell’11% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, e nel mese di marzo le notizie sul contagio hanno superato il 50% del totale della copertura mediatica. Ad una crescita dell’informazione ha corrisposto una crescita degli ascolti, per cui nei mesi di marzo e aprile i telegiornali nazionali delle 20 hanno fatto registrare oltre il 50% del totale degli spettatori di quella fascia oraria, con significativi incrementi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Parallelamente è cresciuta anche la domanda di informazione on line, con oltre il 90% del totale degli utenti di internet che si sono rivolti a siti e app di informazione nel mese di marzo 2020.

Ma dove hanno cercato informazioni gli italiani? Al primo posto, 38 milioni di italiani (il 75,5% del totale, che salgono al 94,5% tra gli over 65enni) si sono rivolti ai media tradizionali, ovvero televisione, radio e stampa. Alla televisione e agli altri media tradizionali seguono i siti internet di fonte ufficiale, primi tra tutti quelli della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità, cui 26 milioni di italiani (il 51,8% del totale, dato che sale al 61,3% tra i laureati e al 65,6% tra i più giovani) si sono rivolti per avere un’informazione attendibile su contagi, ospedalizzazioni, decessi, e poi anche quelli del Ministero della Salute, delle Asl, delle Regioni, indispensabili per avere notizie scientifiche e per prenotare tamponi e vaccini. Al terzo posto, circa 15 milioni di italiani (il 29,8%: 46,2% tra i 18- 34enni, 32,2% tra i laureati) hanno consultato e/o utilizzato i social network quali Facebook, Twitter, Instagram, mentre 5 milioni e 500.000 si sono fidati di siti internet non ufficiali. Solo al quarto posto il medico di medicina generale, cui si è rivolto un italiano su quattro, 12 milioni e 600.000 in valore assoluto, con quote più elevate nelle città grandi e medio grandi e tra chi ha titoli di studio più elevati. Per rimanere sempre alle figure “esperte” oltre 5 milioni e mezzo di italiani (l’11,2%) hanno chiesto aiuto ad un medico specialista – anche in questo caso soprattutto chi vive nelle città più grandi e ha titoli di studio più elevati – mentre 4 milioni e mezzo (il 9%) ad un farmacista di fiducia, con quote che superano l’11% tra chi abita nei comuni più piccoli. Importante anche il ruolo svolto dal personale scolastico, che ha rappresentato una fonte di informazioni sul coronavirus per il 5,7% della popolazione.

La deriva delle fake news

L’informazione durante la pandemia non ha solo generato confusione e alimentato la paura, osserva ancora il Censis. Ulteriore effetto negativo e assai pericoloso della «bulimia comunicativa da coronavirus» è stato la proliferazione incontrollata di fake news, in alcuni casi veicolate anche da personalità politiche di rilievo mondiale. Talvolta si è trattato di notizie evidentemente false, che al massimo hanno suscitato qualche risata, ma nella maggioranza dei casi sono state notizie che hanno circolato come fossero vere e che hanno avuto seguito e ripercussioni aumentando l’allarme sociale, diffondendo la convinzione che le misure che si stavano prendendo non fossero quelle giuste, spingendo ad adottare comportamenti autolesionistici. Regno incontrastato del fake è stata la rete, dove è più facile che circolino notizie non controllate, poco attendibili, autoprodotte, per divertirsi o per generare il panico. Sono 29 milioni (il 57% del totale) gli italiani che durante l’emergenza sanitaria hanno trovato su web e sui social media notizie che successivamente si sono rivelate false o sbagliate su origini, modalità di contagio, sintomi, misure di distanziamento o cure relativi a Covid-19.

 

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