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Usa 2024. Al via le primarie repubblicane in Iowa

Donald Trump, tra mille incognite, è lo strafavorito, ma Nikki Haley proverà a recuperare terreno (se non qui, almeno nel New Hampshire il 23 gennaio)

di Fabio Germani

Guai giudiziari, attese per la Corte Suprema che dovrà pronunciarsi nel merito delle decisioni prese a livello statale e chissà cos’altro ancora. La campagna dell’ex presidente Donald Trump riparte dall’Iowa, dove – considerato l’orario italiano – nella notte tra il 15 e il 16 gennaio 2024 prenderà il via negli Stati Uniti, con le primarie, la lunga stagione elettorale che condurrà alle presidenziali del 5 novembre. È una ricorrenza statunitense piuttosto consolidata quella di definire le elezioni in essere le più importanti di sempre, ma stavolta diversi elementi concorrono a ritenere più veritiera che in passato tale posizione. Il perché è presto detto: Trump, durante la campagna elettorale, sarà impegnato non solo tra comizi e rally, ma anche nei processi che lo riguardano (per un totale di 91 capi di accusa). Basterebbe questo, insomma, a definirla una campagna diversa da tutte le altre. Alcune delle accuse che lo coinvolgono hanno a che fare con i fatti del 6 gennaio 2021 e con i presunti tentativi – ad esempio in Georgia, dove Joe Biden vinse per una manciata di voti (qui la vittoria di un candidato democratico alla Casa Bianca mancava da circa 30 anni) – di sovvertire il risultato elettorale del 2020. Ma Trump ha incentrato la sua narrazione sul grande complotto ai suoi danni e la base che lo sostiene – sondaggi alla mano – non sembra avere alcuna intenzione di abbandonarlo.

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Partiamo dai sondaggi, ma prima una breve spiegazione di come si vota in Iowa. Non esiste, in teoria, un motivo ufficiale per cui le primarie inizino in questo luogo freddo del Midwest, perfetto esempio di quella che pigramente viene chiamata, soprattutto alle nostre latitudini, «America rurale». Si tratta di una prassi comunemente accettata, anche se alcuni problemi sorti quattro anni fa nel Partito democratico hanno aperto un dibattito sulla convenienza di avviare il percorso elettorale in uno Stato ritenuto poco rappresentativo della società statunitense – del resto qui vivono tre milioni di cittadini al massimo, perlopiù bianchi –, motivo per cui questa regola non scritta è stata modificata. Tuttavia rimane il primo Stato al voto per i repubblicani, il che spiega le attenzioni delle ultime settimane.

Altra cosa da sapere è che le primarie (qui il calendario) – il cui fine è raccogliere il numero di delegati che poi alle convention estive dei partiti decreteranno formalmente la nomina del candidato a presidente – non si svolgono ovunque allo stesso modo: ogni Stato ha le sue regole, appunto. In Iowa si vota secondo il meccanismo dei caucuses, vale a dire assemblee (che si tengono nelle palestre, nelle scuole o in altri posti) dove si radunano gruppi di sostenitori dei singoli candidati il cui scopo – di solito è una sorta di portavoce a prendere la parola – sarà convincere gli altri a “cambiare casacca”. Al termine di questo processo dal basso, si passa al voto segreto (le differenze riguardano non solo gli Stati, ma anche i partiti, con i democratici che adottano un sistema di partenza simile, ma tanto più complesso). Si diceva che l’Iowa è uno Stato poco rappresentativo dal punto di vista demografico, allora perché ha avuto (e continua ad avere) tutta questa importanza? Di solito perdere qui non compromette la corsa elettorale: sia Trump nel 2016 che Biden nel 2020 persero e poi ottennero la nomination. Talvolta, però, può trasformarsi in un trampolino di lancio per l’outsider più accreditato, trasformandolo in un candidato credibile in grado di sostenere una campagna contro i pronostici della vigilia: fu il caso di Barack Obama nel 2008. Potrà essere così anche stavolta? L’anomalia sta nei sondaggi.

Trump è lo strafavorito in Iowa. Secondo la media di FiveThirtyEight, si attesta al 52,7%, mentre i rivali più significativi, Nikki Haley (ex governatrice della South Carolina ed ex ambasciatrice delle Nazioni Unite durante l’amministrazione Trump) e Ron DeSantis (governatore della Florida, ex delfino proprio di Trump) si fermano, rispettivamente, al 18,7% e al 15,8%. Le percentuali sono confermate anche da RealClearPolitics. Dunque sembra non esserci partita (sempre meglio mantenere il condizionale in questi casi), perciò gli spunti di curiosità riguarderanno in particolare con quanto margine la spunterà l’ex presidente e chi arriverà secondo, accreditandosi come il principale avversario. Dapprima questo ruolo apparteneva a DeSantis, ma la campagna incerta ha permesso ad Haley di recuperare terreno. Per lei ottenere un risultato appena sufficiente al pronti-via potrebbe valere un tentativo di fare il colpo nel secondo appuntamento delle primarie repubblicane, in programma nel New Hampshire il 23 gennaio. Quest’ultimo, infatti, è uno Stato dove le regole prevedono la partecipazione non solo degli elettori iscritti repubblicani, ma anche degli indipendenti. Le rilevazioni più promettenti e il recente ritiro di Chris Christie – la voce più critica nei confronti di Trump in questi mesi – potrebbero agevolarla. Ma è chiaro che siamo nel campo delle ipotesi. Tornando all’Iowa, l’unica incognita per Trump è di tipo meteorologico: il gelo che ha colpito lo Stato potrebbe condizionare l’affluenza, con quali effetti lo vedremo nelle prossime ore. 

Fin qui non si è parlato granché dei democratici e dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. Spesso si crede che il partito del presidente candidato per un secondo mandato non faccia le primarie, ma non è così. Il fatto è che il più delle volte nessuno mette in discussione la leadership del presidente uscente e la circostanza alla fine è grossomodo valsa anche per Biden. Questo non vuol dire che non ci sia stato un ampio dibattito al riguardo. L’età di Biden – 81 anni – è stato motivo di discussioni approfondite. Di fatto è già il presidente più anziano di sempre e un eventuale secondo giuramento lo presterà quando avrà da poco compiuto 82 anni. La tenuta fisica di un presidente è un tema ricorrente e le primarie sono un test, in questo senso, per i candidati. La vice di Biden, Kamala Harris, non gode di elevati consensi. Trump ha 77 anni, ma i sondaggi fanno emergere come la sua immagine venga vista più in forze dai cittadini statunitensi. Tuttavia non poche rilevazioni hanno messo in luce che la maggior parte degli elettori avrebbe preferito poter scegliere tra due candidati diversi, una situazione che può suonare paradossale dato il grado di polarizzazione che Trump (soprattutto) e Biden riescono a capitalizzare. Il presidente, con più vigore in questi giorni, ha ribadito il concetto di essere l’unico in grado di fermare la deriva autoritaria che una possibile amministrazione Trump saprebbe imprimere nel paese. Negli Stati Uniti, alla vigilia delle elezioni 2024, si è addirittura parlato di rischio “guerra civile” sulla scia degli eventi del 6 gennaio 2021.  

Alla fine, al solito, è probabile che l’economia sarà l’aspetto più decisivo nelle scelte elettorali degli americani, ma dato il contesto così frammentato è opportuno non trascurare gli altri, secondari o no. Ad esempio anche i conflitti in Ucraina e nel Medio Oriente che interessano gli Stati Uniti, seppur indirettamente, sono elementi da non sottovalutare, sebbene la politica estera abbia prodotto sempre immensi dibattiti senza tradursi in conseguenze elettorali davvero evidenti. L’economia americana è in salute, il mercato del lavoro pure e comprende tutti i segmenti demografici. Eppure le misure adottate in risposta alla crisi pandemica dall’amministrazione democratica – riassunte nell’etichetta Bidenomics – non vengono percepite come risolutive, vanificate dall’alta inflazione degli ultimi tempi. I sondaggi nazionali registrano in alcuni casi un lieve vantaggio per Trump, mentre il tasso di approvazione per Biden si attesta intorno al 38%, quindi su valori piuttosto bassi. Ma i dati, ad oggi, non dicono molto, alle presidenziali si vota Stato per Stato e la partita è aperta. Può succedere ancora di tutto.

Leggi anche:
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