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I numeri del “femicidio” in Italia

di Fabio Germani

Di primo acchito verrebbe da pensare che tutte le riflessioni di giornata – non abbiamo certo la presunzione di credere che il nostro sia l’unico giornale interessato all’argomento – siano opportuniste e poco più. Che dal 9 marzo torneremo a parlare di altro, che il gender gap cadrà nell’oblio per poi riemergere alla prossima presentazione di un qualche rapporto sul tema.
Considerazioni sacrosante, ma allo stesso tempo pretestuose. È un bene, anzi, che l’8 marzo venga celebrato nel segno della consapevolezza. Che deve essere tale soprattutto per noi uomini, ancora culturalmente indietro rispetto a un mondo che esige cambiamenti e nuovi modelli di riferimento. Nel mercato del lavoro – lo abbiamo sottolineato nelle ultime settimane in diversi articoli – le donne appartengono ad una categoria sottovalutata e dunque svantaggiata. Affrontano la crisi occupazionale più degli uomini, hanno salari più bassi, pochi privilegi. Eppure, di fatto, lavorano più dei compagni. Ma queste discussioni, dicevamo, le abbiamo già proposte. È di altro che vorremmo occuparci stavolta, qualcosa di molto grave: la violenza sulle donne.
La Casa delle Donne di Bologna ha redatto un rapporto che più chiaro non si può. Innanzi tutto una precisazione. Per femminicidio si intende “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico”. Con femicidio, invece, ci si riferisce a “tutte le uccisioni di donne avvenute per motivi di genere, quindi a prescindere dallo stato o meno di mogli”.
Nel 2005 le donne uccise in Italia furono 84. Con il passare degli anni sono aumentati i decessi, fino ad arrivare ai 120 del 2011 (ma il “record” è stato raggiunto nel 2010, 127 donne uccise). “È un numero – spiega la Casa delle Donne nella sintesi del rapporto – che abbiamo molti motivi per ritenere sottostimato, dal momento che la raccolta dei dati che presentiamo si basa esclusivamente sui mezzi di informazione, ossia quotidiani nazionali e locali ed agenzie di stampa, nei quali non sempre sono rintracciabili tutti i casi realmente accaduti, e questo in particolare per i delitti di donne vittime di tratta o legate al mondo della prostituzione. Il numero del sommerso cresce inoltre se si considera la presenza in Italia di donne senza permesso di soggiorno, la cui eventuale scomparsa non viene denunciata, a meno che non venga ritrovato il corpo della vittima”. Senza dimenticare che molte di queste donne, per paura o per reticenza al fine di tutelare una persona cara, evitano di denunciare gli episodi di violenza (secondo dati della Polizia di Stato, nel 2010 2.300 donne hanno subito lesioni personali, 7.000 hanno subito percosse e 3.500 violenze sessuali).
Nella maggior parte dei casi (70,83%) le vittime erano italiane così come i loro aguzzini (79,17%). La quasi totalità dei femicidi, inoltre, è avvenuta in famiglia. Marito (30,83%), convivente (6,67%), fidanzato (5,83%) e figlio (6,67%) sono le categorie più frequenti. Gli ex fidanzati rappresentano invece il 9,17% del campione. Dal rapporto si evince anche che la maggior parte delle vittime avevano un’età compresa tra i 36 e i 45 anni (23,16%), seguite da donne tra i 46 e i 60 anni (19,63%). Rispetto all’età delle donne, quella degli autori è maggiormente concentrata nella fascia 36-45 anni, con una percentuale del 30,56%, seguita dalla fascia d’età 46-60, con una percentuale del 19,64%, e di quella relativa ai 26-35 anni, rappresentata dal 14,82%. Nel 22,5% dei casi l’autore del femicidio si è suicidato o ha tentato di farlo. Rilevante è anche la percentuale di uomini che hanno confessato l’uccisione o sono stati subito fermati (29%). Nel 13,3 % dei casi l’uomo si è dato alla fuga o ha occultato il fatto, tentando di negare l’accaduto (10%). La separazione (14,16%) e la conflittualità (21,60%) sono i moventi più diffusi. E anche su quest’ultimo termine, al pari di “raptus” e “gelosia”, erroneamente utilizzati dai media, è bene precisare che attesta invece l’esistenza di relazioni di potere all’interno della coppia. “Anche qui conta molto la fase di decadenza che incide sulle relazioni tra i generi – fu la spiegazione che diede a T-Mag Valeria Ajovalasit, presidente di Arcidonna intervistata a novembre –. Se il messaggio che viene costantemente veicolato riflette il corpo quale elemento più importante della mente, a farne le spese sarà sempre il soggetto più fragile. E chi dispone di pochi strumenti può avere istinti quasi animaleschi arrivando persino ad utilizzare la violenza. Certamente le dinamiche all’interno della coppia sono cambiate, ma non strutturalmente. Sarebbe quanto mai opportuno uscire dallo schema secondo cui la donna che non lavora risolve il problema del welfare che non c’è”.

 

1 Commento per “I numeri del “femicidio” in Italia”

  1. […] e mentre altre 3.500 violenze sessuali. Sicuramente dati allarmanti e più volte trattati e analizzati da T-Mag. A quelli relativi alle violenze si aggiungono drammaticamente quelli legati ai […]

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