Usa 2016. Rex Tillerson, l’uomo scelto da Trump | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2016. Rex Tillerson, l’uomo scelto da Trump

Amministratore delegato di ExxonMobil, molto vicino a Putin: chi è il prossimo – Senato permettendo – segretario di Stato
di Fabio Germani

Il fatto che il presidente eletto Donald Trump lo abbia scelto in via ufficiale – come da lui annunciato su Twitter, dopo le prime indiscrezioni di NBC News – potrebbe significare poco. Perché ad oggi, tra gli stessi repubblicani, la nomina di Rex Tillerson a segretario di Stato (il ministro degli Esteri, a forzare un confronto) crea confusione. E molti senatori, che saranno presto chiamati a ratificare l’incarico, potrebbero dissentire e dare voto contrario. Al Senato, infatti, spetta un controllo vincolante su tutte le nomine presidenziali e quella di Tillerson – amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobil – certo non farà eccezione. Si vocifera – stando al Washington Post – che l’ex segretario di Stato durante il secondo mandato di amministrazione Bush, Condoleezza Rice, e l’ex vicepresidente, Dick Cheney, siano invece dalla sua parte e che lo sosterranno pubblicamente.

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REX TILLERSON, CHI È
Personaggio dai tanti volti, partiamo dai punti fermi: è texano ed ha 64 anni. È uno scout, a capo dei Boy Scouts of America dal 2010 al 2011 (da presidente del movimento ha avviato il processo di integrazione a favore degli omosessuali, poi definitivo nel 2013). Lavora da una vita nella compagnia petrolifera Exxon (Esso nel mercato europeo), che nel 1999 venne fusa alla Mobil (perciò ExxonMobil) riunendo due delle principali società – in origine rispettivamente Standard Oil Company of New Jersey e Standard Oil Company of New York – dell’universo Standard Oil, l’impero petrolifero fondato da John D. Rockefeller nel 1870. Tillerson è amministratore della compagnia dal 2006, ed è proprio in quell’anno che ExxonMobil registra numeri da record, con un utile netto di 39,5 miliardi di dollari, un aumento del 9,3% rispetto al 2005. Un picco favorito dall’impennata dei prezzi del barile e una politica accomodante dell’amministrazione (repubblicana) di allora. Nelle ore che hanno anticipato la sua nomina i giornali di mezzo mondo si sono affrettati ad etichettarlo, chi in un modo chi nell’altro: amico di Putin è la descrizione più gettonata, ma anche negazionista dei cambiamenti climatici è stata espressione alquanto abusata (in verità sostiene il recente accordo di Parigi sul clima, a differenza del suo prossimo superiore). Nel 2008 Neva Rockefeller Goodwin, figlia di David Rockefeller e pronipote del patriarca della potente famiglia, annunciò la sua intenzione di portare all’assemblea degli azionisti di ExxonMobil una mozione con cui richiedere l’avvio di una serie di investimenti nelle energie pulite. Questione spinosa, da sempre, perché molte delle principali compagnie petrolifere – ed Exxon non fa eccezione – hanno a lungo snobbato il problema. Interrogato in diverse occasioni, Tillerson ha dribblato l’ostacolo ogni volta con disinvoltura: decide il mercato e se c’è domanda di petrolio, che si venda il petrolio. Eppure è stato proprio Tillerson a instradare Exxon in un percorso vagamente più “green”, dicendosi favorevole all’ipotesi di una carbon tax, mentre altrove – in Europa, soprattutto – era aperta la discussione sulla possibilità di istituire un mercato globale delle emissioni (con la duplice prospettiva di salvaguardare ambiente e bilanci della società). Ma guai a sostenere che Exxon ha mentito sui rischi legati ai cambiamenti climatici: il CEO risponderà che ciò non è vero.

La rivista specializzata Fortune ha inserito più volte Rex Tillerson nella classifica degli uomini più potenti nel mondo del business. Da quando è salito ai vertici di Exxon sono però passati dieci anni e di recente la sua compagnia, come molte altre che operano nel settore, si è vista costretta a tagliare del 25% le spese in conto capitale. Il crollo dei prezzi del petrolio, cui assistiamo ormai dal 2014, impone misure più oculate nella gestione delle risorse: investimenti mirati “sulla base dei fondamentali della domanda di mercato”, come ha spiegato l’amministratore delegato in persona. Insomma, a ben vedere Tillerson è null’altro che un uomo d’affari. Esperienza politica pari a zero, anche se con i leader politici ha avuto parecchio a che fare. Con il presidente venezuelano Hugo Chávez, ad esempio, che volle nazionalizzare nel 2007 i beni delle società petrolifere straniere presenti sul territorio, ricevendo in cambio da Exxon uno scontro legale con esito positivo – sette anni più tardi – per la compagnia guidata da Tillerson (un indennizzo da 1,6 miliardi di dollari). Ma anche questi sono solo affari. La politica, si obietterà, è un’altra cosa.

LA QUESTIONE RUSSA
Veniamo così all’aspetto più controverso, la vicinanza al presidente russo Vladimir Putin. I rapporti tra i due sono datati, suggellati nel 2013 dall’Ordine dell’Amicizia, una onorificenza destinata a chi ha intrapreso legami profondi con Mosca, “per il contributo eccezionale – spiega Wikipedia – al rafforzamento dell’amicizia e della cooperazione tra i popoli; per l’attività proficua in avvicinamento e arricchimento reciproco delle culture delle nazioni; per l’assistenza alla promozione della pace e delle relazioni amichevoli tra le nazioni; per attività significative alla conservazione e all’aumento del patrimonio culturale e storico della Russia; per i progressi compiuti nel lavoro; per le opere di carità”. Ma l’amicizia tra Putin e Tillerson è di pura convenienza, anche in questo caso una mera questione di affari. I contatti cominciarono alla fine degli anni ’90, quando il futuro amministratore delegato di Exxon seguiva le attività della compagnia in Russia. In particolare, siamo già al 2011, Exxon e Mosca stipulano un accordo dal valore – a detta di Putin – di 500 miliardi di dollari (in joint venture con Rosneft, tra le maggiori compagnie petrolifere nazionali), che consiste nella concessione di attività, dapprima esplorative, nelle zone dell’Artico sotto la sfera russa. La collaborazione subisce tuttavia una brusca frenata non molto tempo dopo, a causa delle sanzioni che Stati Uniti ed Unione europea applicano alla Russia a seguito delle pretese egemoniche e dell’annessione, nell’aprile del 2014, della penisola ucraina di Crimea da parte di Mosca. Tillerson criticherà apertamente tali decisioni.
Non è un segreto che Trump intenda normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, dopo le tensioni con Obama alla Casa Bianca. Dal suo punto di vista, Rex Tillerson – uno per niente inviso al Cremlino – è la pedina giusta per compiere questo passo. Ma è anche il motivo per cui molti senatori repubblicani – tra i quali John McCain e Marco Rubio – sono ora quantomeno scettici sulla nomina. È davvero conveniente per l’America un rapporto così stretto con la Russia di Putin? Tanti i dossier ancora sul tavolo, compresa la questione siriana e del legame tra Mosca e il presidente Bashar al-Assad. Senza dimenticare che la scelta di Trump su Tillerson si colloca nel mezzo di una spy story che, secondo la CIA, riguarderebbe presunti attacchi informatici foraggiati dal governo russo per favorire la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali dell’8 novembre.

QUALI SCENARI
Dopo il presidente e il vicepresidente, viene il segretario di Stato. Si capisce allora perché il ruolo venga considerato importante e allo stesso tempo molto delicato nel quadro della politica statunitense. E si capisce anche perché molti senatori – quelli democratici, ma anche tra le file repubblicane – siano al momento scettici sulla nomina di Rex Tillerson, data l’inesperienza politica (i nomi circolati in precedenza erano stati quelli di Rudy Giuliani, Mitt Romney e David Petraeus). Nell’ottica di Trump la scelta ha una logica: Tillerson è un uomo abituato a chiudere accordi nel pieno interesse del soggetto per cui lavora. Nella diplomazia il principio è lo stesso, secondo il presidente eletto. In più è la persona giusta per tornare ad avere rapporti amichevoli, e soprattutto proficui, con la Russia. Il paradosso è che queste sono le motivazioni che più impensieriscono il partito, o almeno una parte degli esponenti repubblicani. Se davvero dovesse verificarsi una fronda interna, la nomina di Tillerson potrebbe capitolare (salvo che non diventi decisivo Mike Pence: presiederà il Senato in quanto vicepresidente, con diritto di voto in caso di parità). Altrimenti Rex Tillerson sarà a tutti gli effetti il 69esimo segretario di Stato, succedendo a John Kerry.

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. Il quadro economico che erediterà Trump
Usa 2016. Il presidente alla prova del Congresso
Usa 2016. Trump, le elezioni e Facebook
Usa 2016. La vittoria (poco?) a sorpresa di Trump
Usa 2016. La corsa a incontrare Donald Trump

 

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