L’innovazione non può essere un giustificativo per tutto | T-Mag | il magazine di Tecnè

L’innovazione non può essere un giustificativo per tutto

È il motore della crescita ed è orientata ad una migliore qualità della vita. Per queste ragioni l'innovazione non deve diventare una soluzione livellata verso il basso
di Fabio Germani

Da un lato Bill Gates, non un nemico dell’innovazione, suggerisce di tassare i robot che svolgono lavori umani. Dall’altro, in Italia, il ministro Delrio chiude in maniera piuttosto perentoria a UberPop, la versione “fai da te” di Uber, anche perché il tribunale di Milano aveva già deciso così due anni fa. Posizioni che rappresentano due facce di una stessa medaglia e che alimentano il dibattito sul futuro delle attività lavorative.

robot_automazione_innovazione

Complici alcuni eventi – qui da noi, pochi giorni fa, la lunga protesta dei tassisti contro Uber e servizi analoghi – si sta creando una strana dicotomia, tra quanti sostengono l’innovazione a oltranza e coloro che ritengono un’innovazione particolarmente spinta – preconizzando uno scenario incerto, governato dai robot, dall’automazione e dagli algoritmi – qualcosa da evitare a tutti i costi.

Tra le due posizioni, potremmo allora provare ad applicare del buon senso. L’innovazione è – e dovrà essere – il motore della crescita e di una migliore qualità della vita. Ed è per queste ragioni che l’innovazione non può – e non dovrà – tradursi in una giustificazione per tutto.

L’utilizzo di tecnologia sofisticata nei processi produttivi è una realtà già consolidata. Alcuni paesi sono più all’avanguardia, altri meno, ma è quella la direzione. Diversi studi, seppure parziali poiché il fenomeno abbiamo cominciato a osservarlo da poco tempo, sostengono che le macchine non sostituiranno le persone, semmai le metteranno alla prova con continue evoluzioni nel corso della vita lavorativa.

Questo non vuol dire che non correremo dei rischi. Alcune figure professionali verranno demansionate, alcune invece scompariranno. La tecnologia, insomma, cambierà il registro verso un percorso di conoscenze e abilità completamente rinnovate. Avremo l’esigenza di un dialogo più proficuo tra mondo accademico e mondo delle imprese, dell’alternanza scuola-lavoro, di corsi di aggiornamento. Formazione, formazione e ancora formazione.

Ecco perciò che dovremmo metterci d’accordo su alcuni aspetti, soprattutto da un punto di vista dialettico. Delle due, l’una: o servono competenze all’altezza delle mansioni che l’innovazione sta trasformando in lavori, oppure non servono. Poiché servono, come suggeriscono i più autorevoli istituti, la domanda diventa: è da ritenersi giusto che chiunque, sfruttando le piattaforme online che offrono servizi agli utenti, possa improvvisarsi professionista in un determinato ambito quando in realtà non lo è?

E poi: può un mercato del lavoro ancora convalescente – chiaro riferimento al nostro – assorbire tutte le competenze oggi richieste? Perché la contrapposizione riguarda pure il mondo delle imprese, quelle non in grado di stare al passo e che perdono posizioni e quelle che faticano a trovare personale altamente qualificato, per carenza di skills.

In “Galassia Lavoro”, l’Osservatorio di T-Mag, abbiamo notato che troppo spesso si confondono concetti e si mescolano universi paralleli: la sharing e la gig economy non sono la stessa cosa e non generano lo stesso tipo di ricchezza. Il primo modello, quello della condivisione, può essere utile per mettere a reddito gli asset di cui già disponiamo. Il secondo è quello degli interventi on demand, che dà la possibilità ai liberi professionisti di accumulare reddito negli archi di tempo in cui manca il lavoro, o arrotondare se il lavoro non è sufficiente a soddisfare i propri bisogni.

Alcune proposte sono ibride – UberPop sicuramente è una di queste, niente a che vedere con BlaBlaCar –, altre si muovono su campi ben marcati. L’app economy – allargando così il nostro orizzonte – avrà negli anni a venire un seguito sempre più esteso. Muteremo definitivamente i nostri standard di consumo, ma ciò non potrà avvenire ai danni di lavoratori sottopagati o pagati a cottimo. Né potrà avvenire ai danni degli stessi consumatori. Qualche regola, nel massimo della condivisione come lo spirito del tempo impone, dovremo pur darcela.

Allo stesso modo, dal lato delle imprese che si avviano all’automazione, sarà doveroso recepire – perché l’innovazione è in questo senso fucina di opportunità – le sfide della quarta rivoluzione industriale: mansioni più qualificate, stipendi più alti. Orari flessibili ma non a scapito della produttività, forme di welfare aziendale e di tutele che non siano per forza incardinate in una concezione vetusta del lavoro.

Se è alla crescita e ad una superiore qualità della vita che stiamo mirando, non dobbiamo commettere l’errore di giustificare qualsiasi cosa in nome dell’innovazione. Che invece andrà salvaguardata dai tentativi di sabotarla con soluzioni rapide e livellate verso il basso. L’innovazione è – e resterà – il più efficace degli antidoti alle crisi economiche solo se riusciremo a ottimizzarla con intelligenza e saggezza.

@fabiogermani

 

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