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Le campagne elettorali spiegate ai cittadini

Promesse elettorali spesso roboanti, scontri dialettici e rassicurazioni al momento opportuno. Come recepiamo le informazioni prima del voto. Intervista a Nicoletta Cavazza, professoressa di Psicologia sociale all'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
di Fabio Germani

«Più posti di lavoro»; «ridurremo le tasse»; «abbatteremo il debito pubblico», quando va bene. Altre volte se ne sentono di incredibili, eccessi voluti per coinvolgere maggiormente l’elettorato di riferimento o convincere gli indecisi. In campagna elettorale va così, si promette un po’ di tutto. E come si comportano i cittadini dinanzi alla mole di informazioni che più che in altri periodi si vedono costretti ad assimilare? È un tema interessante perché si colloca, al di là della più stretta attualità, nel dibattito sulla post-verità e sulle fake news che da qualche tempo a questa parte tanto piace ai media e agli esperti di strategie comunicative. T-Mag ne ha voluto parlare con Nicoletta Cavazza, professoressa di Psicologia sociale all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e autrice di Comunicazione e persuasione. L’abilità di convincere e di resistere (Il Mulino, 2017). Per prima cosa, suggerisce la professoressa, bisogna utilizzare i termini nel giusto modo: «La persuasione non è necessariamente manipolazione». In secondo luogo la conversazione è utile per disinnescare alcuni falsi miti dei nostri giorni. A cominciare dalla polarizzazione politica, dato che «l’offerta di oggi è molto meno distinguibile» rispetto al passato. E quella che percepiamo online, a volte addirittura in maniera feroce, ha in verità un’incidenza ridotta: «Le ricerche – spiega Cavazza a T-Mag – hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare».

Nel suo libro scrive: «La persuasione non è necessariamente manipolazione, perché l’influenza è la sostanza di cui si nutre la nostra vita sociale». Come fa notare, ciò vale nelle diverse sfere del quotidiano, ad esempio nelle relazioni sociali con parenti o amici, non solo per i messaggi della pubblicità o della politica…
La frase che lei cita significa che ciascuno di noi isolato dagli altri non sarebbe sicuro della bontà delle proprie opinioni. Noi ci confrontiamo con gli altri sulle questioni socialmente rilevanti, discutiamo e facendolo forgiamo le nostre posizioni. Non vuol dire che le cambiamo radicalmente, ma le mettiamo a punto e ci sentiamo così più sicuri. Questo è un processo bidirezionale, cioè l’influenza può essere reciproca.

Quando la persuasione può trasformarsi in manipolazione?
La persuasione diventa manipolazione quando innanzitutto l’intenzione di persuadere è occultata al ricevente, quando lo si fa con argomenti che si sanno falsi, o quando è finalizzata a ottenere da questo una decisione o un comportamento contro la propria volontà. Per questo nella comunicazione politica non si può parlare di manipolazione più che in altri ambiti se i messaggi restano nella sfera di ciò che è legale. Nel periodo della campagna elettorale i cittadini sanno bene di essere bersaglio di tentativi di persuasione, per cui qualsiasi discorso, interpretazione politica, promessa, può essere facilmente inquadrata come finalizzata ad ottenere consenso. Forse si potrebbe parlare di un certo grado di manipolazione quando, per esempio, si esagerano intenzionalmente i termini di un problema per rendere urgente la propria soluzione agli occhi dei cittadini. Ogni parte politica ha dei temi che sono, diciamo così, dei cavalli di battaglia – la sicurezza, l’abbassamento delle tasse, la limitazione dell’immigrazione, la riduzione della disoccupazione –, ciascun partito tende a rendere saliente la gravità di quei problemi agli occhi dei cittadini per rendere le proprie proposte di soluzione gli “ingredienti” principali della decisione di voto. Ma più che di manipolazione, in questo caso parlerei di strumentalizzazioni. Diventa manipolazione quando si insinuano falsi sospetti o si usano dati di realtà distorti intenzionalmente.

In una fase come quella attuale, in cui si osserva un certo grado di polarizzazione, le promesse elettorali sono particolarmente altisonanti ancorché di difficile realizzazione. Eppure chi si dice convinto di qualcosa mantiene la propria posizione ferma e sembra non preoccuparsi troppo delle inesattezze o delle bugie che vengono raccontate. Perché?
Intanto non sono sicura che siamo di fronte a polarizzazione, né delle proposte, né delle posizioni della maggioranza dei cittadini. Il superamento delle ideologie, che radicavano in passato delle proposte politiche funzionali a visioni del mondo davvero diverse, ha finito per far rendere l’offerta politica di oggi molto meno distinguibile, dunque meno polarizzata. L’idea che “si vince al centro” è sempre molto in voga fra i politici, anche se spesso si è dimostrato falso. Anche per i cittadini, il venir meno dell’ancoraggio ideologico ha indebolito le identificazioni di partito, che un tempo tendevano a rimanere stabili nel corso della vita e animavano discussioni molto accese. La separazione identitaria fra comunisti e democristiani di un tempo non è certo la stessa oggi, e nessuno trova molto strano che ci siano persone che possono aver votato sia per Berlusconi che per Renzi.
Un discorso diverso, invece, vale per «chi si dice convinto di qualcosa»: quando le persone formulano un orientamento poi desiderano mantenerlo. Gli psicologi parlano di bias di conferma, cioè ciascuno di noi preferisce confermare anziché rimettere in discussione le proprie valutazioni. Per farlo cerchiamo di non incontrare o non fare attenzione a informazioni che sono in contraddizione con le nostre opinioni e credenze. Ecco perché non prestiamo attenzione alle inesattezze e diamo credito a ciò che dicono i politici verso i quali siamo orientati positivamente, e lo facciamo leggendo i giornali o guardando le trasmissioni che hanno orientamenti simili ai nostri.

Restando fedeli – almeno ci proviamo – all’approccio della social cognition, quali sono i processi, o più semplicemente gli input, che contano maggiormente per le persone nell’elaborazione della mole di informazioni che hanno a disposizione durante una campagna elettorale?
Nel determinare quali sono gli “ingredienti” più pesanti della decisione di voto, i media hanno un grande ruolo. Più spazio viene accordato ad una questione sociale più questa questione diventerà uno dei o il criterio più importante su cui si giocano queste decisioni. Oggi sicuramente il tema dominante è quello dell’immigrazione perché nel nostro paese questo fenomeno è cresciuto in un modo rapidissimo e spesso drammatico, catalizzando l’attenzione dei media e degli spettatori. Al di là di questo, l’interesse personale è una dimensione saliente per quasi tutti, quindi il tema delle tasse diventa sempre particolarmente appealing, ed è anche la ragione per la quale le sorprese in questo campo a volte vengono lanciate all’ultimo momento, quando anche gli elettori meno interessati alla politica sentono l’urgenza di stringere una decisione. Gli “effetti speciali” invece hanno meno presa sui cittadini più interessati alla politica perché di norma questi hanno orientamenti stabili e valoriali meno legati alle opinioni del momento.

L’esperienza dei social appare come uno “stravolgimento” delle “euristiche”. Basta poco: un link che diventa virale, una vecchia bufala che torna di moda, un concetto ad uso e consumo per attaccare la posizione altrui. Insomma alcune argomentazioni, per quanto sostenute da esperti, trovano dei muri invalicabili in quote importanti della popolazione, in questo modo diventano convinzioni approcci ad un determinato tema – prendiamo quello dei vaccini – su basi tutt’altro che scientifiche o che sono difficilmente dimostrabili. Come si può spiegare questo fenomeno?
L’esperienza della rete e dei social in realtà ha reso le euristiche – scorciatoie di valutazione – sempre più necessarie per orientarsi in una selva di informazioni nella quale non sapremmo altrimenti districarci. Poi ciascuno consolida le proprie euristiche. Di per sé l’euristica dell’esperto è sicuramente molto utilizzata quando le persone sono poco competenti nella materia. Per esempio: se non ho studiato medicina, mi fido di un medico con buona reputazione. Però l’expertise di una fonte non è una caratteristica oggettiva, è un attributo che viene riconosciuto a qualcuno da qualcuno. Anche se una persona ha tutti i “crismi” formali per essere un esperto – ha fatto tante ricerche, ha tante pubblicazioni, ha un ruolo importante in un centro di ricerca molto reputato –, può non essere reputato esperto da chi sospetta che abbia buone ragioni per non dire la verità, il classico argomento che riguarda “chi ha finanziato la ricerca?”, “ha interesse a dire che un certo problema non è poi così grave?”. Oltre al fatto che al di fuori della comunità scientifica, l’opinione pubblica non sa distinguere i segnali della reputazione di uno scienziato, dalla serietà e il prestigio delle riviste scientifiche alle altre pubblicazioni. Allora si usano anche altri segnali di expertise, quindi se l’informazione proviene da una fonte – giornale, sito, blog – che valuto come affidabile.

Spesso si parla di quanto la Rete abbia modificato il modo di fare le campagne elettorali e le percezioni dei cittadini. Eppure, dati alla mano (Istat, Censis…), la tv ha ancora oggi un peso enorme rispetto a tutti gli altri media. Quanto gli strumenti utilizzati incidono sull’opinione di un individuo? In altre parole può (anche) il mezzo contribuire a rafforzare un’idea, crearne di nuove o smontare precedenti convinzioni? E in che modo?
Dai dati che abbiamo ad oggi, in Italia così come negli Stati Uniti, la rivoluzione digitale della comunicazione politica sembra ancora lontana e la televisione è ancora il mezzo più usato dalle persone per informarsi e farsi delle opinioni. Le ricerche hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare. Sul piano più generale, i nuovi mezzi di comunicazione hanno soprattutto “disintermediato” la comunicazione fra elettori e politici e indebolito il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi, partiti, sindacati, associazioni. In più la comunicazione diretta fra i candidati e gli elettori attraverso la rete ha costi minori rispetto ai mezzi tradizionali (spot televisivi, cartelloni stradali…), ed è anche per questo vincolo strutturale che i nuovi mezzi vengono tanto utilizzati. Però richiede anche l’intenzione da parte degli elettori di esporsi a queste comunicazioni, non ci si imbattono per caso, e di prestarvi attenzione: leggere i post di un blog è più impegnativo che seguire un dibattito alla tv mentre si cucina. Questo ha influenzato lo stile comunicativo dei politici e ha reso il linguaggio più semplice, sintetico, informale, a volte perfino più volgare, per aumentare la probabilità di catturare l’attenzione e avvicinare gli elettori.

Alcuni colossi della comunicazione – Facebook su tutti – stanno mettendo in pratica misure per contrastare le fake news. Esiste un problema reale in questo senso o, a suo avviso, il dibattitto in materia è sproporzionato? Quale meccanismo scatta nelle persone per cui eventuali fake news hanno una maggiore presa rispetto ai dati di fatto?
A mio avviso il problema non è quello della quantità di fake news che circolano. Il vero problema è che il sospetto che le notizie in rete possano essere false, anziché motivare le persone ad impegnarsi a distinguere, le spinge a lasciare perdere e non prestare molta attenzione a qualsiasi notizia. Noi lo abbiamo studiato a proposito delle recensioni false, che sono sempre informazioni in rete quindi il processo non è molto diverso da quello che si attiva rispetto ad altre: quando le persone che leggono informazioni in rete hanno il sospetto che qualcosa possa essere falso rinunciano a leggere dopo poche parole. Questo però non impedisce loro di farsi un’opinione, solo che sarà un’opinione molto più superficiale, meno fondata.

@fabiogermani

 

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