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Il lavoro tra crisi e dote familiare. Una panoramica oltre i numeri

Il Rapporto annuale 2018 dell'Istat pone l'accento su alcuni aspetti del nostro tessuto sociale: le famiglie più ricche di risorse consentono di praticare scelte più libere, educative e lavorative. Chi parte invece dal basso incontra maggiori difficoltà
di Redazione

La crisi economica e i livelli occupazionali (di conseguenza) in calo, la questione demografica. La ripresa sta tuttavia riportando i numeri (quasi) in equilibrio, ma le fratture restano evidenti ancora oggi, gli strascichi profondi. Eppure sarebbe troppo riduttivo descrivere fondamentali aspetti della nostra economia (e in definitiva della nostra società) sulla base esclusiva delle dinamiche che hanno interessato le famiglie e le imprese negli anni più duri della congiuntura economica negativa.

Osservando il mercato del lavoro, un segnale positivo è la volontà di rimettersi in moto. Nel Rapporto annuale 2018, l’Istat spiega che per il quarto anno consecutivo si riduce il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, nel 2017 sotto i 13,4 milioni di unità. «Il calo è stato meno intenso rispetto al 2016, ma rilevante (-242 mila unità, l’1,8% in meno su base annua); pertanto
il calo degli inattivi rispetto al 2008 è di quasi un milione».

L’inattività non è uguale per tutti. C’è chi non può lavorare perché impegnato in altre situazioni o impossibilitato, chi invece è scoraggiato e contribuisce ad alimentare la cosiddetta “zona grigia” (che riguarda le persone fuori dal mercato, ma che potrebbero risultare impiegabili). Quali componenti sono mutate di più? «La diminuzione tendenziale del tasso di inattività, per effetto della componente demografica, è stata più debole (dal 35,1 al 34,6%) e alimentata in misura maggiore dalle donne, che continuano a presentare un valore dell’indicatore molto più elevato rispetto agli uomini (il 44,1% contro il 25). Il calo degli inattivi ha interessato solo marginalmente (-0,3%) la componente più distante dal mercato del lavoro, cioè coloro che né cercano lavoro né sono disponibili a lavorare. Marcata la riduzione delle forze lavoro potenziali (-6,4%), ovvero degli inattivi che vorrebbero lavorare ma non hanno svolto un’azione di ricerca attiva nell’ultimo mese, oppure di coloro che non sono immediatamente disponibili. La diminuzione degli inattivi ha riguardato soprattutto le donne, gli italiani, i genitori, gli adulti tra i 35 e i 49 anni, chi ha conseguito al massimo la licenza media e nella metà dei casi chi risiede nel Mezzogiorno». E gli scoraggiati? Nel complesso degli inattivi tra i 15 e i 64 anni si riducono in particolare proprio quest’ultimi, che l’Istat li stima nell’ultimo anno in poco più di 1,6 milioni (-104 mila persone, -6,%).

Per quanto riguarda i giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in formazione (i Neet) scendono sotto i 2,2 milioni. Dopo il forte calo registrato nel 2016, lo scorso anno la diminuzione è più debole (-25 mila, -1,1%), dovuta in gran parte alla componente femminile. L’incidenza dei Neet sul totale dei giovani tra 15 e 29 anni nel 2017 è del 24,1%, sintesi di forti differenze territoriali: 16,7% al Nord, 19,7 al Centro e 34,4 nel Mezzogiorno.

OLTRE I NUMERI
Il quadro appena presentato in cifre non è forse abbastanza descrittivo di quanto il nostro tessuto sociale italiano riesce a produrre. Il sistema paese, per dirla altrimenti, non sembra in grado di mettere chiunque lo voglia in condizioni di parità (all’inizio di un percorso), mentre le origini (territoriali, familiari) sembrano essere, e spesso lo sono, l’unica base di partenza. La famiglia come ammortizzatore sociale e sostegno per chi decide, ad esempio, di proseguire gli studi e accedere al mercato del lavoro più tardi. Con la possibilità che accrescere le proprie competenze – pur nel contesto di un mercato del lavoro sempre più esigente – non sia sempre la scelta migliore. Anche questo viene messo nero su bianco nel Rapporto annuale 2018: «I rischi di vulnerabilità economica sono minori in presenza di uno o più redditi da lavoro in famiglia, ma anche le scelte individuali – ad esempio quelle relative alla partecipazione al mercato del lavoro o alla prosecuzione degli studi – sono influenzate dalla presenza (o meno) di più fonti di reddito nel contesto familiare. Infatti, in funzione delle sue caratteristiche, in modo più o meno consapevole, si compiono le scelte di istruzione, lavorative e di vita. Inoltre, in un contesto come quello italiano, caratterizzato da persistenti carenze del sistema di protezione sociale, la rete rappresentata dalla famiglia costituisce un fattore di mutuo aiuto e stabilizzazione economica. Le cure dei familiari svolgono una importante funzione di ammortizzatore sociale, in grado di arginare le scosse negative derivanti dalla perdita dell’occupazione o dalla crisi dell’attività o da problemi di liquidità. Le famiglie più strutturate, ovvero ricche di risorse, consentono di praticare scelte più libere, educative e lavorative, che vanno incontro alle inclinazioni personali oltre a risolvere problemi contingenti». Pochi numeri a rendere meglio l’idea: appena il 18,5% di chi parte da una dote familiare bassa ottiene la laurea e il 14,8% occupa una posizione lavorativa qualificata.

(fonte: Istat)

 

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