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La tecnologia cresce ma porta nuove forme di disagio

di Carlo Buttaroni

Come possiamo definire la nostra epoca? Qualsiasi definizione si voglia dare, dovremo necessariamente tenere conto delle contraddizioni che la caratterizzano e che, negli ultimi anni, si sono drammaticamente accentuate. Basti pensare al divario di ricchezza tra nord e sud del mondo, al conflitto tra globalizzazione e identità individuali, all’incrociarsi dell’organizzazione tecnologica con il nomadismo umano di sopravvivenza, o alla tensione sempre più profonda tra il livello delle scoperte scientifiche e la loro effettiva utilizzazione per il miglioramento delle condizioni di vita degli individui.
Fra tutte le definizioni quella che, probabilmente, sintetizza meglio, l’insieme di tensioni che caratterizzano la nostra epoca è “post-modernità”. Una definizione che non esprime un profilo e un significato proprio, ma una lontananza dalle caratteristiche di quella che è stata la cultura nata con il rinascimento del Quattro e del Cinquecento, rafforzata dal passaggio del pensiero illuminista del Settecento, per approdare, infine, alla scienza e alla tecnologia del Novecento.
Se un eccesso di senso dominava il mondo della modernità, la post-modernità è caratterizzata, al contrario, dalla constatazione che il mondo ha perso la sua univocità e si è disperso in una miriade di frammenti difficili da ricostruire. E forse la crisi del nostro tempo nasce proprio da qui, da un deficit di senso e di futuro, dalla difficoltà di cogliere una direzione e un significato. Insieme all’errore fatale di aver creduto che il progresso e la tecnologia avrebbero comunque reso gli uomini più felici, più liberi e autosufficienti. Il progresso e la tecnologia ci hanno consegnato, invece, un “mondo nuovo”, ma non un “uomo nuovo”, spogliato dai suoi valori più profondi. L’assuefazione con cui svolgiamo la nostra esistenza tecnologica, infatti, è solo apparente e non rivela gli incroci con l’esistenza interiore, ancora fatta di scopi, di finalità, di bene e male, di pensieri superiori che hanno origine nella consapevolezza di abitare un mondo denso di nostri simili, ricco di relazioni da rendere reali.
E’ vero, grazie ai progressi, soprattutto nel campo tecnologico, abbiamo più campi di esplorazione e scelte da poter compiere. Viviamo l’esperienza di un’esistenza più lunga e piena, di distanze più brevi, di un tempo più veloce. Ma forse il nostro modo di “essere” è inadatto al nostro modo di “vivere”. Aver inserito apparati tecnologici nella vita di tutti i giorni, non ha fatto venir meno la necessità di dare significato all’esistenza, di rafforzare un sistema di valori condivisi, di cercare un significato nello stare insieme ai nostri simili che sia diverso dall’occupare un luogo o un tempo.
Ci siamo illusi che la tecnologia sarebbe stata capace di dare risposte alle nostre esigenze di relazioni. Un’aspettativa che abbiamo pagato a caro prezzo. Perché insieme alla crescita della complessità tecnologica si è diffusa anche una cultura del risparmio emotivo che ha generato nuove forme di disagio sociale legate alla solitudine, all’apatia, alla malinconia.
Si sono moltiplicati gli strumenti e le occasioni per entrare in relazione, ma i contenuti si sono fatti più poveri, più sintetici. L’alfabeto delle parole, capaci di trasmettere emozioni, si è fatto più corto e ripetitivo. E anche su questo la tecnologia ha cercato di dare risposte: sono nati siti che propongono frasi già scritte per stringere amicizia, altri che suggeriscono metodi infallibili per conquistare nuovi ipotetici partner. E se non si ha nessuno al quale dire certe frasi, ci si può sempre rivolgere alle nuove agenzie di socializzazione virtuale, che propongono incontri al buio, con perfetti sconosciuti, attentamente selezionati su ipotetiche somiglianze fisiche e caratteriali.
La solitudine dell’io-globale nasce dall’aver creduto che medium potenti avrebbero risparmiato la fatica della ricerca interiore e della relazione con l’altro, dall’aver pensato che sarebbe stato sufficiente moltiplicare i “pulsanti” per moltiplicare le occasioni, i saperi, le relazioni. Non è stato così. E non perché la tecnologia non sia abbastanza evoluta e perfezionata, ma perché la tecnologia può soltanto “funzionare”. Non ha veri fini, ma semplicemente effetti, ispirati alla continua ricerca di un aumento dell’efficienza.
E’ semmai lo smarrimento del fine umanistico all’interno dell’universo tecnologico, dove il mezzo diventa fine, che ha dato corpo a un sentimento d’inadeguatezza e di non-conformità, insieme al timore di antiche abitudini e relazioni andate perdute per sempre. Un processo che, di fatto, ha modificato la linea di demarcazione che, da Freud in poi, aveva separato il normale dall’anormale, generando ansie, paure, insieme a vere e proprie psicosi. Ecco anche perché, oggi, si avverte un interesse nuovo per il problema dell’inconscio, il motivo per cui si discute sulla questione del significato del tempo e si assiste a una modificazione radicale delle basi di discussione sociale.
Il mondo assestato della tecnologia ha prodotto, nella percezione degli individui, uno smarrimento delle relazioni di vita e dei luoghi d’incontro, facendo crescere il timore di non appartenere più a un territorio emotivamente e fisicamente definito. Un timore che si è sposato con la detemporalizzazione dell’esistenza quotidiana. Così come non ci si può più riconoscere nella sofferta geografia dei nostri padri, così non si riesce più a vivere l’esperienza del tempo come un presente che anticipa il futuro.
Tutto ciò ha ricadute nella capacità di percepire gli eventi della vita come una trama dotata di senso, mentre si affermano esperienze di vita in cui in ogni istante è autonomo, separate dal mondo, con momenti che non si legano a quelli che li hanno preceduti e a quelli che li seguiranno. La vita è percepita come una serie di tante esperienze parallele, che non s’intrecciano e non si legano, che non costituiscono una narrazione. Un processo dove la coerenza non è più vissuta come un valore, perché quello che conta è vivere ogni momento di vita in modo funzionale, adeguato alle esigenze che quel momento richiede. Tutto questo mette in crisi la dimensione dell’identità degli individui e la possibilità di sviluppare progetti di vita, perché progettare significa selezionare nel presente ciò che è coerente con il passato e soprattutto con le attese e gli obiettivi futuri. E tale selezione non può avvenire in una concezione del tempo in cui ha senso solo ciò che offre il presente e un determinato contesto, dove tutto prende forma in un universo funzionale e stabilizzato, dove cresce, per dirla con Bauman, “la solitudine del cittadino globale”, la sua insicurezza di fronte alle nuove incertezze. Ed è paradossale trovarsi costantemente esposti al rischio della perdita di se e del senso della vita, nello stesso istante in cui il pensiero scientifico insegue l’immortalità.
Senza la consapevolezza del disallineamento tra l’esistenza interiore e l’esistenza esteriore, è difficile comprendere i motivi per cui è così forte, più che in ogni altra epoca, la necessità di riflettere e indagare sui fini del nostro essere individui in un mondo tecnologicamente addomesticato ma non meno enigmatico. In questo senso l’io-globale non è solo la congiunzione tra il vicino e il lontano, ma anche tra l’interiore e l’esteriore, tra il “fine” dell’uomo e il “fine” del mondo nel quale egli vive.
Ed è proprio da qui, dal sentirsi mossi da un peso così poco sostenibile, che affiora un sentimento diverso per un cambio di vita e di prospettiva verso un nuovo ordine di valori e di riferimenti.
Si sente la necessità di parole che spieghino la vita che viene avanti, la solitudine e la sofferenza dell’altro, in una visione che restituisca significato alla vita e allo stare insieme.
Un sentimento che segnala l’urgenza di un rovesciamento di ruolo: far tornare gli strumenti a favore dell’uomo, visto non più come mezzo, ma come fine.
Il ritorno nei luoghi del proprio passato, la ricerca di archetipi culturali da cui si era allontanato, scandiscono il tempo di qualcosa che non è un progetto ma sembra assomigliargli molto. Nell’attesa l’individuo globale tenta di recuperare gli elementi originari del proprio passato per poi trasferirli nella vita che ricomincia, in ciò che ancora non è stato.
Vi è una parte importante della società, dalla voce inascoltata, che esprime un’ansia di rinnovamento e di riscatto, ma ha bisogno di strumenti reali per creare le idee, per cercare nuovi luoghi dove trovarsi. Cresce la domanda di un nuovo patto che permetta di conoscersi, capirsi, collaborare, integrarsi reciprocamente e senza omologazioni, senza perdite d’identità. Un “nuovo inizio”, dove il senso del progetto non sia solo nelle regole scritte, ma nel comune sentire di una appartenenza, che tragga forza dal desiderio di dirigersi non solo verso l’utile, ma verso il bene della comunità.
E’ proprio da queste culture che può essere recuperato l’io-solidale. Per questi motivi la politica continua a definire un tratto specifico dell’essenza dell’uomo, che non ha smarrito la sua natura sociale ma, al contrario, è alla ricerca di una nuova dimensione dello stare insieme, dove la libertà dell’individuo si accresca e si rafforzi in un sistema di valori e di solidarietà intelligente. Se l’uomo resta animale politico è perché la tecnologia non lo rende comunque capace di essere sufficiente a sé stesso e può sopravvivere solo se si unisce ai suoi simili all’interno di un progetto e una trama dotata di senso che è appunto la storia.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 27 febbraio

 

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