Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump

Non solo Cina: i principali dossier nei quattro anni alla Casa Bianca del presidente repubblicano e i possibili cambiamenti se a vincere il 3 novembre sarà Biden

di Fabio Germani

Mentre negli Stati Uniti prosegue la campagna elettorale, si sta avvicinando anche il momento di tirare le somme di questi quattro anni di Donald Trump alla Casa Bianca. Almeno dal punto di vista degli interessi e degli aspetti che potrebbero riguardare anche noi europei. In altre parole dal lato della politica estera di Washington sotto la sua amministrazione. E capire, in caso di vittoria di Joe Biden, quanto sia lecito aspettarsi un’inversione di rotta. Molti osservatori, infatti, ritengono che il modello vigente, basato sul principio di «America First», abbia gettato le basi per una eventuale fine del multilateralismo. Le cose stanno davvero così? Procediamo con ordine.

La Nato

Venuta meno la minaccia sovietica, a partire dai primi anni ‘90 l’Alleanza atlantica ha mutato finalità e si è progressivamente allargata a Est. L’amministrazione Trump ha manifestato nei confronti della Nato un grado di scetticismo non trascurabile, ritenendola nei fatti una struttura obsoleta e, soprattutto, contestando agli alleati una mancata partecipazione anche in termini economici, contando sullo storico “scudo” americano. Non si tratta tuttavia di una relazione inedita. Già le amministrazioni Bush e Obama, prima dell’amministrazione Trump, avevano espresso posizioni simili, seppure con toni più morbidi. Il compromesso del 2014 di destinare alle spese per la Difesa, da parte di ogni Stato membro, il 2% del Pil, non ha fin qui prodotto risultati esaltanti dal punto di vista di Washington. Insomma, le distanze restano e sono accresciute negli ultimi anni. Una conferma di Trump alla Casa Bianca potrebbe significare un graduale disimpegno statunitense, un’eventuale elezione di Biden potrebbe invece comportare un riavvicinamento. Che tuttavia potrebbe non equivalere ad un legame davvero rinsaldato perché vanno considerati i rinnovati interessi Usa nel mondo e il nuovo corso, in questo senso, dei paesi europei.

L’America e l’Europa

L’Europa, appunto. Non è mistero che Francia e Germania premino per una maggiore autonomia europea nell’ambito della difesa. Da un maggiore disimpegno statunitense, che è da mettere in conto in ogni caso, deriva una maggiore assunzione di responsabilità dell’Europa. Ed è in questa direzione che va l’idea di una struttura militare europea. Anche qui, però, sarebbe un errore ritenere l’amministrazione Trump la sola responsabile di un rapporto talvolta instabile. Sia chiaro: l’alleanza Usa-UE non è minimamente messa in discussione, ma già nel 2003 divergenze con Washington erano emerse a causa della guerra in Iraq, ad esempio. E sotto l’amministrazione di Obama si è capito – al netto di traguardi importanti come l’accordo sul clima di Parigi del 2015 o sul nucleare iraniano, abbandonati poi dagli stessi Usa per volontà dell’attuale amministrazione (ulteriori questioni di attrito e frizioni) – che l’Europa non rappresentava più una reale priorità per l’America, ormai concentrata su altre regioni e sfere d’influenza. Con Trump tale condizione si è ampliata, come è noto. Con Biden un riavvicinamento tra le parti potrebbe consentire a Washington di recuperare terreno su piani strategici quali la lotta al cambiamento climatico.

Russia

I rapporti tra Usa e Russia hanno sempre avuto alti e bassi, al netto delle vecchie ruggini derivanti dalla Guerra Fredda. Da un lato, dopo l’11 settembre, Washington e Mosca hanno collaborato nella guerra al terrorismo, dall’altro – anche in tale scenario – non sono mancate le frizioni, laddove evidentemente gli interessi di una potenza stridevano con quelli dell’altra. Soprattutto a fronte delle mire egemoniche della Russia nei paesi dell’ex area di riferimento, in particolare in Georgia e in Ucraina. Donald Trump, già nella campagna elettorale del 2016, aveva sottolineato come fosse sua intenzione instaurare buone relazioni con Vladimir Putin, più di quanto non abbia fatto Obama. Sebbene l’atteggiamento sia stato sempre, in effetti, propositivo (al di là dei tentativi russi di insidiare il processo democratico statunitense, oggetto di diverse indagini), gli attriti tra Washington e Mosca non sono mancati in questi anni. Questo è avvenuto soprattutto perché membri dell’amministrazione e un ampio fronte bipartisan al Congresso non hanno mai smesso di guardare alla Russia con diffidenza. Condizione che, in ogni caso, viene ricambiata da Mosca. Probabilmente è soprattutto questo il teatro che vedrebbe cambiamenti sostanziali in politica estera se alla Casa Bianca dovesse fare il suo ingresso Biden. La Russia viene vista dal candidato democratico come una minaccia: potrebbero essere aggiunte nuove sanzioni e auspicato, in questo caso sì, un maggiore coinvolgimento della Nato.

La questione mediorientale

Forse è questo il capitolo più interessante dell’intera politica estera di Donald Trump. Perché nei quattro anni di mandato si è potuto osservare, in questo scacchiere, un reale cambio di rotta rispetto al passato. L’amministrazione Bush fu direttamente coinvolta in Medio Oriente, intraprendendo la guerra al terrorismo – una risposta agli attentati dell’11 settembre 2001 – culminata, appunto, con l’invasione dell’Iraq e la deposizione di Saddam Hussein. In seguito Obama, che pure ha adottato una dottrina diametralmente opposta a quella del predecessore, non è riuscito a realizzare un pieno disimpegno, pur garantendo una minore presenza militare nella regione, a causa dei nuovi contesti nel frattempo sopraggiunti (la primavera araba del 2011), i nuovi conflitti (su tutti quello nello Yemen), la crisi siriana e la nascita del sedicente Stato islamico. Secondo l’amministrazione Trump, quel poco che resta di quest’ultima minaccia non rappresenta più un reale pericolo, dunque è anche in questo senso che si spiega un rinnovato disimpegno in Medio Oriente, circostanza apprezzata peraltro da una parte sempre più consistente di americani. Ulteriori iniziative di questo tipo sono attese a breve, per novembre, specialmente in Afghanistan. La negoziazione avviata con i talebani (accordo raggiunto a febbraio di quest’anno) prevede inoltre un ritiro completo dal paese delle forze Nato. Semmai gli sforzi sono tornati a concentrarsi quasi esclusivamente sull’Iran. L’abbandono dell’accordo sul nucleare (ritenuto svantaggioso dall’attuale amministrazione) e il ripristino delle sanzioni hanno riacceso quasi inevitabilmente le tensioni con Teheran. L’uccisione a gennaio 2020 del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq avrebbe potuto rappresentare un punto di non ritorno, così fortunatamente non è stato. Intanto il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico ha riavvicinato gli Stati Uniti a Israele, dopo le frizioni che si erano registrate con l’amministrazione Obama, ma soprattutto ha permesso a Washington di intraprendere un ruolo di mediazione, che è giunto, proprio di recente, agli accordi di Abramo, in cui Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno ufficialmente riconosciuto Israele, avviando un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Questa operazione e un più proficuo legame con l’Arabia Saudita possono essere considerate iniziative in chiave anti-Iran, allo scopo, cioè, di isolare ulteriormente il regime di Teheran (inviso anche a Riad). Un pensiero a Teheran, però, Trump lo ha rivolto proprio in uno dei suoi ultimi comizi elettorali, in Pennsylvania. «Se vinco, la prima chiamata sarà per il governo dell’Iran», ha promesso, ribadendo la volontà di fare presto un nuovo accordo (non mancando di criticare il precedente voluto da Obama).

Cina

Questo, invece, è il capitolo più ostico. A insediamento appena avvenuto, Trump aveva garantito buone relazioni con Pechino. Questo non significava sconfessare la retorica sulla Cina in campagna elettorale, ma rimarcare alcuni punti fondamentali, come ad esempio stracciare le vecchie relazioni commerciali (la cui bilancia pendeva a favore della controparte cinese con gravi conseguenze sull’economia americana), concetto che il presidente ha poi ribadito nel vertice a Pechino con Xi Jinping di novembre 2017. In altre parole: un nuovo inizio nei rapporti tra le due superpotenze. In verità, a seguire, si è osservata una continua escalation, caratterizzata tuttavia da stop and go negoziali, specialmente per quanto riguarda la guerra dei dazi avviata dall’amministrazione Usa (che ad ogni modo non ha avvantaggiato fin qui nessuna delle parti). A inizio anno è stata siglata un’intesa preliminare, una base (teorica) per un futuro accordo commerciale. Ma lo scoppio della pandemia di coronavirus, che proprio in Cina ha avuto origine, ha inasprito ulteriormente le relazioni, soprattutto a causa delle accuse al riguardo rivolte da Washington, che non hanno escluso l’Organizzazione mondiale della sanità, colpevole – secondo la versione statunitense – di eccessiva accondiscendenza verso Pechino. Nel mentre le proteste a Hong Kong (con le relative questioni legate al rispetto dei diritti umani) e il dossier Taiwan hanno contribuito ad aggravare la situazione. E ancora: gli scontri sulla tecnologia 5G, le accuse di cyberspionaggio, la querelle sulle sorti del social network cinese TikTok negli Stati Uniti, i timori per l’ingerenza di Pechino in Europa attraverso la Belt and Road Initiative, sono tutti elementi sullo sfondo di un processo diplomatico che resta a tutt’oggi molto complicato. Un’eventuale presidenza Biden di certo non collocherebbe tra i migliori alleati di Washington la Cina, che rimarrebbe piuttosto un avversario strategico, da “affrontare”, però, giocando la carta del multilateralismo.

Corea del Nord

A giugno 2018 il primo incontro storico, a Singapore. Circa un anno dopo un secondo incontro, altrettanto storico, al confine intercoreano al villaggio di Panmunjom. Nel mentre costanti tentativi di dialogo tra le due Coree e l’annunciata volontà di denuclearizzare la penisola. Ma il buon rapporto personale, almeno dinanzi alle telecamere del mondo, tra Donald Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-un – che ha fatto seguito ad un’estate di botta e risposta al vetriolo tra Washington e Pyongyang, quella del 2017, tra minacce nucleari e insulti reciproci – non si è tradotto in una tangibile e immediata soluzione al conflitto coreano. La mediazione statunitense non è riuscita fin qui ad assicurare un successo all’intera operazione diplomatica, anche a causa della rigidità della Corea del Nord. Che per il momento non sembra intenzionata a rinunciare, sul serio, al proprio programma nucleare e missilistico. Non solo. Ad aggravare la situazione le recenti voci sullo stato di salute di Kim, il cui posto è stato preso in alcuni momenti cruciali dalla sorella Kim Yo Jong, la quale ha inasprito il dialogo con Seul. Di recente Kim Jong-un è riapparso in pubblico e ha mostrato (di nuovo) i muscoli, facendo sfilare a Pyongyang nuovi missili che secondo gli analisti sono i più grandi dell’arsenale mondiale. I negoziati con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, intanto, sono in una fase di stallo.

L’emergenza climatica

Se non vivessimo in tempi straordinari, caratterizzati dalla pandemia e scadenzati dalle misure e dai provvedimenti che i diversi paesi stanno adottando per arginarla, non vi è alcun dubbio che la vera emergenza mondiale sarebbe quella climatica. Un’emergenza a cui, però, l’America di Trump ha smesso di credere, o che almeno ha ridimensionato, quasi azzerato, in difesa dell’industria tradizionale. Un approccio che volge in tutt’altra direzione rispetto al lascito dell’amministrazione Obama che aveva indicato l’emergenza climatica quale priorità dell’agenda politica del futuro e che, tramite l’accordo di Parigi del 2015, era riuscita a “imbrigliare” la Cina nel rispetto di determinati parametri (oggi Pechino punta a diventare leader mondiale delle energie rinnovabili, nonostante sia tra i paesi che inquinano di più). La decisione dell’attuale amministrazione di abbandonare tale accordo, formalizzata lo scorso anno e che sarà efficace a partire, guarda caso, dal 4 novembre, cioè un giorno dopo le elezioni, è stato un duro colpo per la comunità internazionale (va ricordato, inoltre, che l’America è tra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2). Inutile dire che tutto verrà ripristinato, nel minor tempo possibile, alle precedenti intese, se a vincere le elezioni sarà l’ex vicepresidente Biden, convinto sostenitore dell’accordo del 2015.

@fabiogermani

Le puntate precedenti
Usa 2020. Le “due economie” degli Stati Uniti
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Usa 2020. Gli scenari a poche settimane dal voto, intervista a Elena Corradi, ricercatrice ISPI
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2 Commenti per “Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump”

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