Usa 2020. Uno sguardo ai sondaggi | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2020. Uno sguardo ai sondaggi

Come leggerli, come interpretarli e tutte le incognite a pochi giorni dal voto del 3 novembre

di Fabio Germani

Potrebbe essere capitato, ancora nelle ultime ore, di leggere di un vantaggio nei sondaggi di Joe Biden di quasi otto punti sul presidente uscente, Donald Trump, a circa una settimana dal voto. Un dato importante, ma che non spiega alcunché di quello che potrà essere l’esito elettorale del voto del 3 novembre (ammesso che conosceremo subito il nome del vincitore: ci arriviamo per gradi). Si tratta, quella presa in esame, di una rilevazione su scala nazionale, utile per misurare gli umori generali degli elettori statunitensi e la popolarità dei candidati. Ma se davvero vogliamo farci un’idea delle reali possibilità di vittoria di Trump o di Biden dovremmo allora osservare i sondaggi relativi agli Stati chiave, i Battleground States, ovvero quegli Stati contendibili in cui non si può dare per scontata la vittoria di una parte o dell’altra.

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A questo punto è doveroso ricordare che essendo gli Stati Uniti un paese federale, il voto avviene Stato per Stato e ognuno di essi assegna un preciso numero di “grandi elettori” in proporzione alla popolazione, un metodo studiato allo scopo di evitare che fossero solo gli Stati più grandi, ad esempio la California, a trainare la vittoria di un pretendente alla Casa Bianca. Tecnicamente, quindi, anche se gli elettori troveranno sulla scheda i nomi dei candidati, ad essere eletti saranno i rappresentanti statali (secondo il principio winner takes all, vale a dire che se in un determinato Stato vincerà Trump, sarà allora il presidente a ottenere l’intera posta in palio; al contrario se a vincere sarà Biden, quest’ultimo si aggiudicherà i delegati a disposizione: fanno eccezione il Maine e il Nebraska, dove si vota con un sistema proporzionale). I grandi elettori formano il collegio elettorale e a metà dicembre sono chiamati a formalizzare il risultato dell’election day, in vista dell’insediamento ufficiale del presidente eletto che dovrà avvenire il 20 gennaio dell’anno nuovo. Per questi ultimi non esiste un reale vincolo, ma in pratica non è mai successo (tranne due volte nella prima metà dell’800) che si verificassero scenari che mettessero in discussione l’esito del voto. Promemoria fondamentale: su 538 grandi elettori, ne servono 270 per essere eletti. Questa breve sintesi già spiega in parte come sia stato possibile che nel 2016 Hillary Clinton non sia riuscita a conquistare la Casa Bianca pur ottenendo complessivamente tre milioni di preferenze in più rispetto a Trump e perché le rilevazioni da leggere con scrupolo – soprattutto a ridosso del voto – siano proprio quelle che riguardano i Battleground States.

I sondaggi negli Stati chiave

Quattro anni fa fondamentali per il presidente in carica furono Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. È probabile che i tre Stati della Rust Belt lo saranno anche la prossima settimana, in un senso o nell’altro. Cosa dicono i sondaggi? Se in Wisconsin e Michigan, secondo la media di RealClearPolitics, Biden mantiene un vantaggio stabile di, rispettivamente, 8,7 e 7,8 punti percentuali, in Pennsylvania la partita appare senza dubbio più aperta, con l’ex vicepresidente avanti appena di 3,8. Altri scenari interessanti riguardano (come sempre, in questo caso) la Florida, la Georgia e il North Carolina, dove praticamente è un testa a testa alla stregua dell’Ohio. In Arizona si registra un lieve vantaggio per Biden, più ampio invece in Minnesota, stabile in Nevada. Occhi puntati, stavolta, anche sul Texas, uno Stato tradizionalmente conservatore, tuttavia alle prese con profondi cambiamenti e che potrebbe riservare qualche sorpresa – non a caso la candidata vice dem, Kamala Harris, sarà qui a fare campagna venerdì 30 ottobre –, nonostante il vantaggio (al momento non così elevato) di Trump.

L’incognita dell’early voting

Stando ai dati di cui disponiamo oggi, la posizione di Biden appare migliore di quella di Hillary Clinton nel 2016. Sarebbe tuttavia un errore dare per spacciato il presidente Trump, peraltro particolarmente attivo in questi ultimi scorci di campagna elettorale (è arrivato a sostenere fino a tre comizi al giorno, girando in lungo e in largo gli Stati in bilico): i margini di recupero sono ancora elevati. I sondaggi, inoltre, potrebbero essere leggermente alterati da alcune variabili che in tempi normali avremmo definito “impreviste”. La partecipazione all’early voting, cioè il voto anticipato (una procedura applicata da molti Stati nelle settimane precedenti l’election day e quest’anno favorita a causa della pandemia di coronavirus), ha registrato fin qui oltre 60 milioni di elettori, all’incirca il 50% di tutti coloro che parteciparono al voto nel 2016. Un record che potrebbe di conseguenza condizionare il risultato di martedì prossimo. Le informazioni di cui siamo al corrente rivelano una maggiore presenza ai seggi o di ricorso al voto per corrispondenza tra gli elettori registrati come democratici, ma negli ultimi giorni si è assistito ad una risalita di quelli registrati come repubblicani, la cui mobilitazione è attesa – dalla campagna Trump – soprattutto nel canonico giorno delle elezioni. Altri fattori, di tipo più politico, potrebbero determinare qualche spostamento da “ultim’ora”. Il sì definitivo del Senato, qualche giorno fa, alla nomina della giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema, una vittoria incassata dal presidente in carica, ma dal Partito repubblicano in generale. La Corte Suprema vede così adesso un’ampia maggioranza conservatrice con sei giudici di nomina repubblicana a tre (una composizione che potrà ribaltare più agevolmente le decisioni politiche, recenti o future, le cui conseguenze si riversano direttamente sui cittadini americani): si tratta di un tema molto sentito dall’elettorato conservatore, ora galvanizzato da tale vantaggio nell’Alta Corte. Di contro, però, potrebbe compattare ulteriormente gli elettori di estrazione liberal, anche quelli ad oggi ancora dubbiosi se sostenere o meno Biden. Interessante, inoltre, sarà capire l’impatto che avrà la “discesa in campo” di queste ore di Barack Obama, un ex presidente molto amato dalla base democratica.

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I timori in vista del 3 novembre

Nell’ultima puntata dello speciale Usa 2020 di T-Mag, abbiamo sottolineato come per gli elettori sia importante conoscere il nome del vincitore entro due o tre giorni dal voto. Il rischio di uno slittamento del risultato finale è molto concreto e si potrebbe andare anche oltre i due o tre giorni auspicati dalla maggioranza degli elettori. Potrebbero infatti servirne diversi, se non settimane, per contare la mole di voti per corrispondenza, ma è l’incremento dell’early voting nel complesso a poter rallentare le operazioni (moti Stati adottano metodi diversi per i conteggi). Il 3 novembre i seggi cominceranno a chiudere quando da noi sarà l’una di notte, gli ultimi chiuderanno invece alle sei. La vittoria potrebbe essere annunciata solo in caso di successo netto di un candidato, altrimenti sarà necessario attendere i giorni successivi, con possibilità di variazioni rispetto ai primi dati parziali ed eventuali contestazioni che allungherebbero ulteriormente i tempi. Con il timore, dunque, che uno stallo possa sfociare nel paese in crescenti tensioni sociali (un sondaggio Reuters/Ipsos rileva che quattro sostenitori su dieci, sia di Trump che di Biden, non accetterebbero il risultato delle elezioni se il loro candidato perdesse).

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La partecipazione delle minoranze

Pochi giorni fa si è consumato l’ennesimo episodio di violenza, stavolta a Philadelphia. A farne le spese il 27enne afroamericano, Walter Wallace. Anche la metropoli della Pennsylvania è stata perciò teatro di proteste e manifestazioni di attivisti di Black Lives Matter nelle ore immediatamente successive. Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle tensioni razziali (e dalle proteste, appunto) a seguito di casi drammatici, quelli di George Floyd a Minneapolis e Breonna Taylor a Louisville su tutti. In parte potrebbe ricondursi al clima attuale – una situazione di per sé incandescente già da alcuni anni – la maggiore partecipazione che si sta registrando tra i neri. Il numero di afroamericani idonei a votare per il presidente, informa il Pew Research Center, ha raggiunto nel 2020 il livello record di 30 milioni, con più di un terzo che è residente in nove degli Stati in bilico: Arizona, Florida, Georgia, Iowa, Michigan, North Carolina, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin (quota superiore al 29% di tutti gli elettori statunitensi aventi diritto che vivono in questi Stati). E a livello nazionale gli elettori neri costituiscono al momento il 12,5% dell’intero elettorato statunitense quando nel 2000 era l’11,5%. In altre parole, il segmento demografico (perlopiù a favore dei candidati democratici) può esercitare un impatto nelle elezioni non trascurabile. Ma a fronte del generale aumento rilevato, per la prima volta la componente afroamericana non rappresenta il segmento più ampio tra le minoranze, superata dagli ispanici che ammontano a 32 milioni, tra quelli idonei al voto. Abbiamo già scritto di come stia cambiando la geografia sociodemografica del paese e di come tali mutamenti potranno modificare, in un futuro non molto lontano, la politica statunitense. Ad ogni modo, proiettando tutto al 3 novembre, c’è da osservare che l’orientamento degli ispanici appare abbastanza eterogeneo. Stando al National Survey of Latinos del 2018 del Pew Research Center, gli elettori ispanici di discendenza portoricana o messicana, indipendentemente dallo Stato di registrazione, sarebbero più propensi di quelli di origine cubana a identificarsi come “democratici” o “inclini al Partito democratico”, mentre i “cubani” si definiscono soprattutto “repubblicani” (57%). È anche vero, però, che gli elettori latini sono quelli che affermano con minore frequenza di essere molto motivati a votare per le imminenti elezioni presidenziali (un trend in verità abbastanza consolidato), secondo un sondaggio ancora del Pew Research Center condotto tra il 30 settembre e il 5 ottobre.

@fabiogermani

Le puntate precedenti
Usa 2020. Le incognite del voto
Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump
Usa 2020. Le “due economie” degli Stati Uniti
Usa 2020. Gli americani e i media
Usa 2020. Gli scenari a poche settimane dal voto, intervista a Elena Corradi, ricercatrice ISPI
Usa 2020. Gli americani e la pandemia
Usa 2020. Il primo dibattito tra Trump e Biden

 

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